Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
mercoledì 24 aprile 2024
 

Lo scontro diventa social. E sempre più crudele

(foto Reuters).
(foto Reuters).

Gerusalemme,
dal nostro inviato

Questa del 2015 passerà alla storia anche per essere la prima intifada “social”. Non è un modo di dire modaiolo:  per gli attivisti dell'uno come dell'altro fronte, Facebook e i telefonini smart sono diventati un potente strumento di lotta. I palestinesi lamentano la disattenzione del mondo (“Ci sono troppe crisi in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia allo Yemen, i nostri problemi non sono più in primo piano”, dice Mamun Matar, un giornalista televisivo), gli israeliani accusano l'opinione pubblica di essere prevenuta contro di loro. Così gli uni e gli altri fanno ricorso massiccio ai social network, per informare o disinformare secondo necessità.

Quando gli arabi israeliani hanno dichiarato lo sciopero nazionale, una settimana fa, la mobilitazione è avvenuta con la messaggeria istantanea dei telefonini e via Messenger. La reazione israeliana anche: si sono subito diffusi in Rete gli appelli a boicottare i negozianti arabi che avessero aderito alla protesta. Così, se la prima intifada (1987) fu quella dei fax e la seconda (2000) quella delle Tv, questa è quella dei click.

Un passo più in là ci sono i video dei militanti: i ragazzi palestinesi fanno circolare alla velocità della luce i filmatini fatti coi cellulari e c'è chi, a Betlemme, ha piazzato delle piccole videocamere nei pressi del Muro per filmare gli scontri e trasmetterli in diretta streaming. Si moltiplicano d'altra parte le pagine Facebook e gli hashtag Twitter con cui i giovani di Israele invitano a farla finita con i terroristi quando non con gli arabi. Sono le stesse autorità israeliane, peraltro, a ricordare che i “lupi solitari” dei coltelli non rispondono a veri capi, a una struttura organizzata ma piuttosto agli appelli e alla propaganda diffusa in Rete dai gruppi islamici radicali.

Il risultato è che si diffondono capillarmente militanza e mobilitazione, ma anche preoccupazione e rancore, oltre che false voci e accuse non provate o non provabili a carico dell'una e dell'altra parte. Tra i palestinesi, per esempio, è convinzione comune che gli israeliani rapiscano la gente e la facciano sparire. Tra gli israeliani sono stati almeno tre i casi di aggressione ai danni di altri israeliani, scambiati però per terroristi arabi. Il più grave si è verificato a Beer Sheva, dopo l'attentato alla stazione degli autobus. Un palestinese ha pugnalato e ucciso un soldato, gli ha preso il mitra e ha cominciato a sparare sulla gente, ferendo altre 11 persone. Nel fuggi fuggi della stazione un giovane eritreo immigrato, che si era messo a correre per ripararsi, è stato scambiato per un secondo terrorista: ferito da un soldato, è stato poi finito a calci e pugni dalla folla inferocita.   

Questi e altri temi di esteri anche su fulvioscaglione.com

19 ottobre 2015

I vostri commenti
1

Stai visualizzando  dei 1 commenti

    Vedi altri 20 commenti
    Policy sulla pubblicazione dei commenti
    I commenti del sito di Famiglia Cristiana sono premoderati. E non saranno pubblicati qualora:

    • - contengano contenuti ingiuriosi, calunniosi, pornografici verso le persone di cui si parla
    • - siano discriminatori o incitino alla violenza in termini razziali, di genere, di religione, di disabilità
    • - contengano offese all’autore di un articolo o alla testata in generale
    • - la firma sia palesemente una appropriazione di identità altrui (personaggi famosi o di Chiesa)
    • - quando sia offensivo o irrispettoso di un altro lettore o di un suo commento

    Ogni commento lascia la responsabilità individuale in capo a chi lo ha esteso. L’editore si riserva il diritto di cancellare i messaggi che, anche in seguito a una prima pubblicazione, appaiano  - a suo insindacabile giudizio - inaccettabili per la linea editoriale del sito o lesivi della dignità delle persone.
     
    Pubblicità
    Edicola San Paolo