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Giornalista e docente di Teoria e tecnica dei media all'Università Cattolica

Ma la "famiglia" del medico... qual è?

Sono quasi 6 milioni (21% di share) gli spettatori italiani rimasti ancora fedeli a “Un medico in famiglia”, la fiction di Rai Uno che domenica 16 marzo ha aperto la sua nona stagione televisiva. Evidentemente la produzione piace, anche se il primo appuntamento della scorsa stagione aveva ottenuto risultati più lusinghieri in termini quantitativi.
Basata sul format spagnolo “Médico de familia”, la serie ha debuttato sul piccolo schermo nostrano nell’ormai lontano 1998. Rispetto all’originale, la versione made in Italy è assai meno drammatica e più spensierata.

Le trame di ogni puntata ruotano intorno alle vicende della famiglia Martini, che deve superare di volta in volta difficoltà professionali, sentimentali o esistenziali.
I vari membri del nucleo famigliare si sono mostrati alquanto instabili – dal punto di vista relazionale – fin dagli esordi; durante tutti questi anni di messa in onda hanno dato vita a un andirivieni di cui non è facile tenere il conto, nemmeno per gli spettatori più assidui. 

Fra i protagonisti della prima ora tornati nella serie a tempo pieno, ci sono Lino Banfi, nei panni di Nonno Libero, e Giulio Scarpati nel ruolo di Lele, il “medico” a cui fa riferimento il titolo della serie. Intorno a loro, gli altri componenti della rete famigliare si producono in una serie di situazioni di impianto narrativo fortemente teatrale, più da sit-com che da fiction, con un registro espressivo che oscilla disinvoltamente fra il tono drammatico e quello comico.
La leggerezza della scrittura è un punto di forza in termini di ascolti, ma un limite sotto il profilo valoriale: gli aspetti psicologici e relazionali risultano spesso superficiali e – a tratti – addirittura “da macchietta”, finendo così per rendere banali anche quegli intrecci sentimentali che, a ben guardare, non sono per niente ordinari e che, quindi, richiederebbero un approccio problematico di maggiore spessore.

La famiglia Martini è una di quelle che si definirebbero “allargate” e che, dati alla mano, non corrispondono alla normalità statistica della famiglia media italiana. Argomenti delicati come gli effetti sociali della crisi economica, la pluralità di relazioni affettive, l’omosessualità di uno dei protagonisti, le tempeste ormonali tipiche dell’adolescenza o gli effetti della vecchiaia vengono portati in scena tra il serio e il faceto, senza alcun approfondimento e, spesso, addirittura senza nemmeno un’adeguata tematizzazione.

I legami famigliari tradizionali non ne escono vincenti: la famiglia Martini si rivela troppo aperta e troppo destrutturata per poter rappresentare nell’immaginario collettivo quell’idea di famiglia "normale" a cui tutti quanti, in fondo, siamo affezionati e che riconosciamo come ideale.
Molte situazioni e argomenti proposti in questa fiction non sono propriamente per famiglie, ma per adulti consapevoli e dotati di saldi valori di riferimento, capaci non solo di sorridere di fronte ad alcune semplificazioni, ma anche di accompagnare la (eventuale) visione da parte di bambini e ragazzi.


19 marzo 2014

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