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Giornalista

Mafia e corruzione, il dovere di scegliere da che parte stare

Il malaffare dilaga nel Paese, tra qualche giorno a Bologna decine di migliaia di persone sfileranno per la giornata dell’impegno e della memoria delle vittime di mafia. Eppure, leggendo i commenti dei lettori sui siti, le opinioni delle persone comuni che passano in radio e in Tv, si assiste a un curioso paradosso: quando si tratta di schierarsi dalla parte dei vivi che si danno da fare, che lavorano al contrasto di mafia e corruzione, l’opinione pubblica arretra. Cominciano i distinguo se va bene, se va male arrivano anche gli insulti.

C’è qualcosa di distorto, per esempio, per fare due casi esemplari perché attuali, nel vedere due magistrati, come Gian Carlo Caselli, in pensione da qualche mese, e Ilda Boccassini in prima linea da 35 anni, vivere - vite sacrificate e blindate - in una bolla d’odio. La loro unica colpa è stata quella di condurre, tra le tante, alcune inchieste sgradite a opposte fazioni. Ciò che fa riflettere, però, è che l’antipatia verso queste inchieste – premesso che indagare a fronte di una notizia di reato è preciso dovere cui un pubblico ministero non può sottrarsi e che l’essere scomodi è nel dna della funzione – prevale sulle storie personali e professionali fino a cancellarle dalla mente dell’opinione pubblica, benché siano storie note e documentabili.

E allora non conta più, per valutare la storia personale e professionale di  Gian Carlo Caselli, che abbia contribuito a fermare, negli anni Ottanta, la furia del terrorismo rosso a Torino con il generale Dalla Chiesa, che questo abbia comportato rischi personali – i cosiddetti pool sono nati proprio in quel periodo spontaneamente per un mero calcolo di opportunità: salvare la memoria storica dell’indagine se disgraziatamente qualcuno avesse ucciso il titolare dell’indagine medesima -.

Non conta che Caselli nel 1993 si sia candidato a guidare la Procura di Palermo decimata e lacerata dalle stragi che avevano ucciso Falcone e Borsellino e che l’abbia fatto come un atto di riparazione
perché il suo voto favorevole a Falcone per la guida dell’ufficio istruzione di Palermo al Csm era finito in minoranza. Conta zero che a Palermo Caselli sia rimasto a lavorare per sette anni, con costi personali facilmente comprensibili e facilmente ricostruibili.

Nemmeno conta  il fatto che la Procura da lui guidata dopo a Torino abbia cominciato le indagini sulla ‘ndrangheta in Piemonte, che ora stanno continuando – in mano ai suoi successori - e trovando conferme nei processi. Nonostante tutto questo, storicamente documentabile, oggi si scrive “Caselli mafioso” sui muri, per contestare l’impostazione di una sua inchiesta sulla frangia violenta dei No Tav. Ma “Caselli mafioso”, se le storie ancora portano senso, non è un’opinione, è e resta una calunnia, qualunque opinione si abbia a proposito dell’indagine sull’ala oltranzista del movimento No Tav.

Qualcosa di simile accade a Ilda Boccassini che sta rischiando di passare alla storia come il magistrato – per sintetizzare troppi commenti sentiti al bar e sulla piazza di Internet che è solo un bar più grande – “che perde tempo a spiare il cavaliere dal buco della serratura”.
A nulla vale il fatto che la Direzione distrettuale antimafia che dirige abbia portato a termine, nei quattro anni appena trascorsi,  il primo maxiprocesso di ‘ndrangheta al Nord, confermato in Cassazione e  culminato nell’accertamento di responsabilità di tanta zona grigia di amministrazioni d’ogni colore politico.

Non conta più nemmeno, a dispetto di tanta retorica attorno ai morti ammazzati, che Ilda Boccassini sia il magistrato che ha condotto, accettando un disagiatissimo trasferimento da Milano a Caltanissetta con costi elevati sulla vita privata sua e della sua famiglia, l’indagine che ha portato alla condanna definitiva dei responsabili della strage in cui sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

Conta zero anche che sia stata la prima a intuire, inascoltata, che l’indagine di via D’Amelio stava prendendo una piega sbagliata e che l’abbia lasciato scritto, quando non era semplice farsi venire un dubbio davanti a un picciotto che si autoaccusava di una strage e quando tutta l’opinione pubblica aveva disperato bisogno di vedere colpevoli dietro le sbarre, alla faccia della vulgata che la dipinge come un magistrato che si innamora di una tesi e la persegue inseguendo eterogenesi dei fini. Ma niente. La vulgata ha scavato la pietra. Ilda Boccassini passerà alla storia come l’arcinemica di B. E pazienza se nel 2007 ha sventato attentati delle nuove Br che avevano nel mirino aziende e proprietà del cavaliere.

Non conta niente nemmeno il fatto che più di una volta Ilda Boccassini abbia dimostrato indipendenza sufficiente a indagare, portare a processo e a condanna definitiva, - tra potenti e criminali da strada (era sua anche l’indagine che ha condotto all’ergastolo la banda che assassinò un gioielliere e un tabaccaio in via Padova a Milano) - magistrati colpevoli di essersi venduti la toga per denaro. Tutto cancellato. Alla storia passa la vulgata della toga rossa che perde tempo, a dispetto dei fatti che dicono che tutto s’è fatto in quell’ufficio, in questi trent’anni, fuorché perdere tempo.

Dà da pensare soprattutto il fatto che serpeggi un sospetto latente, a volte esplicitato anche nelle chiacchiere da Rete e da bar, e cioè che il solo fatto di restare vivi sia la prova che non s’è fatto abbastanza, insinuando l’idea che in questo Paese sia necessario morire ammazzati, per vedere riconosciuta la dignità e la serietà del proprio lavoro.

Chi lo dice magari sabato andrà in piazza a celebrare gli eroi morti senza avvedersi del fatto che  - come Libera e Don Ciotti ripetono da sempre –  isolare i vivi che combattono le mafie è il più grande regalo che al consenso delle mafie si possa fare. Facendo finta di non sapere che se abbiamo ancora una mezza speranza che il contrasto alla mafie e alla corruzione sia efficace questa è riposta nel fare quadrato tra vivi, nell’assumersi ciascuno nel suo piccolo la responsabilità di comportamenti virtuosi, compreso quello di fare la fatica di distinguere le storie dalle scorie, le opinioni dalle menzogne, e di scegliere con chiarezza da che parte stare, nella vita di ogni giorno, non solo nelle piazze per un giorno.

Diversamente il malaffare continuerà a prosperare, perché di sola repressione, senza un’opinione pubblica informata e avvertita (e qui l'informazione un po' di autocritica dovrebbe farla), la guerra che i morti hanno combattuto contando sul fatto che altri avrebbero continuato non si vince.

Ps.  Facile prevedere che arriveranno altri insulti. Pazienza sono i rischi del mestiere.


18 marzo 2015

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