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sabato 26 settembre 2020
 
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Vescovo di Noto

Musica per le mie orecchie, se l'armonia vince la solitudine

 Alberto Urso e Ornella Vanoni. Foto Ansa.
Alberto Urso e Ornella Vanoni. Foto Ansa.

Quando si dice – “è musica per le mie orecchie” - si vuole sottolineare che quanto si ascolta corrisponde all’umanità della persona, aiutandola ad accrescere il sentimento di gioia di vivere, soprattutto sulle vie di affetti risanati, di relazioni riconciliate, di sentimenti ricchi di amore. Per Alberto Urso in Il sole ad est, la vita è bella come un’alba, benché resti complicata e l’uomo navighi «tra nuvole e vento». Il sole è metafora di luce, di illuminazione, di visione. Nel buio della notte non si vede nulla e si può inciampare e cadere, ma il sole che sorge eccita a riprendere il cammino, ricorda la strada “nel mondo ovunque vada» e dischiude nuovi «confini del mondo» all’orizzonte. Importante è vincere la solitudine e l’incomunicabilità. Urge avanzare insieme. E la relazione del “rapporto a due” è solo una immagine del bisogno di dialogo che stringe gli esseri umani in una sola comunità di destino: occorre dialogare, parlarsi, ragionare insieme, anche facendo rumore; e se il silenzio tra me e te è innaturale, diventa insopportabile, allora anche del rumore, che spesso non conviene, non si dovrà/potrà fare a meno (Diodato in Fai Rumore). Senza comunque dimenticare che la prima mossa per risorgere dalla solitudine schiacciante e disperante (quella che talvolta porta a crisi depressive gravi e perfino al suicidio) è affrontare sé stessi: non aver paura del confronto con le proprie esperienze di vita e il proprio passato, sapendosi perdonare. Just in case, se è il caso: «cosa aspetti a dire basta e in quello specchio a urlare cambia faccia /hai dato tutto il peggio, ma hai fatto del tuo meglio» (Marco Masini in Il Confronto). L’auto accettazione di sé è indispensabile per cominciare a parlare agli altri, abbattere i muri e costruire ponti. Come le case e i confini, i ponti appartengono alla “topografia degli affetti” da onorare con l’amore.

Com’è difficile crescere e soprattutto far crescere... L’educazione è l’impresa umana più grande. Assomiglia a una fatica di Ercole. Perciò in tanti la evadono. E vada come vada con i figli, spesso allo sbando, perché non si riesce a dirsi “ti voglio bene”, da ambo le parti. È sempre l’orgoglio il mostro che allontana – canta Giordana Angi in Come mia madre- rendendo i figli incapaci di vedere la cura e l’amore di cui sono inondati da parte dei genitori. Non è romanticismo, ma esperienza di vita per tanti che concordano quando si dice “un cuore di mamma”, “nessuno può volerti più bene della mamma”. È un modo intenso ed essenziale per parlare del grembo che ci ha custoditi fino dalla nascita e anche dopo - «hai custodito le mie insicurezze», sei stata un «posto dove nascondere le mie paure» -, il sorriso che ridonava serenità ai nostri stati di malessere. È un modo di fare che bisogna comprendere e accogliere come “amore”. Cercare la mamma per andare alle radici, per non sentirsi disancorati e spaesati, nella dimenticanza di “chi veramente siamo” è decisivo «per ritornare a respirare», riconoscendo le occasioni perdute per manifestare l’amore, in fatti e parole, e chiedere scusa «se non ti ho mai detto quanto ti voglio bene».

La cantante Levante a Sanremo il 7 febbraio 2020. Foto Ansa.
La cantante Levante a Sanremo il 7 febbraio 2020. Foto Ansa.

Come la mamma, anche papà?

Si sa che il rapporto con il padre è quello maggiormente ferito per le nuove generazioni. In più, da tempo si parla tra gli esperti sociologi e psicologi, ma anche tra i filosofi- di generazioni che soffrono di “orfananza del padre”. La cosa dispiace molto ai cattolici cristiani perché – pur se Dio è “un padre materno o una madre paterna” -, Gesù dice di pregare con le seguenti parole: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome”. I ragazzi di oggi sono “orfani del padre”. Sembra che il padre sia sparito dalla circolazione e anche il suo simbolismo di fermezza, di ordine, di sicurezza, di stabilità. Nella ballata di Paolo JannacciVoglio parlarti adesso- c’è un padre che non si rassegna e insiste nel voler comunicare il suo amore singolare: «nessuno può da questo cielo in giù volerti bene più di me». L’espressione ci consente di ritenere che in cielo (dal cielo in su) c’è un Padre che ci ama più di tutti, anche dei padri-genitori qui sulla terra. Si nasce figli e si diventa anche padri e quando si diventa padri si nasce daccapo piangendo di gioia e sembra di afferrare il vento e si capisce che «il tempo che non ti do, è tempo perso». La figlia è amore che ti appartiene, è parte di te, della stessa carne della vita di un padre, dentro la preoccupazione di cosa può succedere a una bimba che cresce e soprattutto il pensiero di un giorno in cui bisognerà (anche per il padre) tagliare il cordone ombelicale, perché l’amore è un’arte (E. From) che esige il sacrificio di lasciar andare per la propria strada: «un giorno ci diremo addio». È necessario essere pronti a questo, se si ama davvero: «quando il modo di aiutarti sarà non aiutarti più». Allora un consiglio: «Sorridi in faccia all’odio e manda giù», e una bella certezza: «quando vai, sai che mi trovi qui /se una notte sentirai carezze sarò io».

Parole essenziali, concetti profondi, da “stanare”, girovagando qua e là tra le rime di una canzone che deve durare poco (anche quando il testo è lungo come in un rap). Certo non sono lunghi saggi e articolati discorsi filosofici. Tuttavia, con la loro brevità, toccano l’immaginazione e puntano a comunicare attraverso l’emozione, il sentimento che non è senza logos, senza ragioni. E non si tratta solo delle “ragioni del cuore” di pascaliana memoria, ma anche delle ragioni della ragione critica. Solo un esempio: cosa è il tempo se non è donato? Chiamiamo “tempo” quello impiegato strumentalmente per conquistare le cose, alle quali sacrifichiamo gli affetti. E cosa ci dicono queste canzoni, se non che il tempo è tempo umano solo se è il dono di sé nella cura per altri? Diversamente è tempo perso, cioè non-tempo. È niente, perché non è possibilità di vita.

È possibile parlare all’intelligenza e al cuore della gente attraverso i versi delle canzoni su problemi seri, sui drammi dell’esistenza di tante persone che spesso vivono ai margini delle società dell’opulenza, patendo la violenza dei prepotenti, come tante donne (troppo) stuprate e abbandonate?

 

Rula Jebreal e Tiziano Ferro. Foto Ansa.
Rula Jebreal e Tiziano Ferro. Foto Ansa.

Balsamo per la fatica di vivere

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Rula ha risposto di sì, con il suo monologo: Leggo nero e Leggo bianco. Un’operazione comunicativa eccellente, la prima sera, sul tema dello stupro e della violenza perpetrata soprattutto in casa, negli spazi familiari. Una comunicazione obiettivamente pop, in tutti i sensi. In Leggo nero, sono state lette frasi e «domande rivolte alle vittime di violenza sessuale nelle aule dei tribunali.
Domande insinuanti, che sottintendono una verità amara, crudele: noi donne, non siamo mai innocenti», ma anche i numeri e le statistiche brutali sul femminicidio (ogni tre giorni viene uccisa una donna); e ancora, storie di centinaia di bambine cresciute in orfanatrofio che si raccontano vicende tristi, di figlie sfortunate e delle loro madri «spesso torturate, violentate, uccise»; lo stile narrativo stimola il coinvolgimento emotivo, come un entrare nel racconto stesso, assistendovi, e attiva un processo di immedesimazione. In Leggo bianco sono state lette versi di canzoni di Vasco Rossi (che al problema aveva dedicato la famosissima Sally), di Battiato (La cura) e mi pare anche di Lucio Battisti, sicuramente De Gregori (con La donna Cannone), con il commento finale della giornalista: «Le canzoni che ho citato questa sera sono state tutte scritte da uomini. Dunque, vedete? È possibile trovare le parole giuste. È possibile raccontare l’amore, il rispetto e la cura. E questo è il momento perché quelle parole diventino realtà. È il momento che quelle parole non siano solo cantate ma siano finalmente vissute, ogni giorno».

Sono “parole urgenti”, oggi, vere e, se “giuste”, anche dirompenti, oltre ogni schema e normalità. Infatti, ha ragione Gabbani in Viceversa: «ma l’amore di normale non ha neanche le parole». Nek, lo scorso Sanremo, cercava almeno “una parola per essere all’altezza dell’amore”, una parola, una canzone o un film di autore. Sì, perché l’amore resta ineffabile, non si riesce a dire del tutto nemmeno con le “parole giuste”. L’amore è misterioso. Con il Cantico dei cantici (The song of songs, la canzone delle canzoni) concordiamo su questa sacrosanta verità: “non è l’amore il mistero, piuttosto l’amore è il luogo in cui il mistero si dissolve” (Benigni). Noi diremmo, se ci è concessa una piccola correzione teologica: l’amore è il luogo in cui il mistero si disvela. L’amore è epifanico, mostra corporalmente il mistero del Dio-agape.


08 febbraio 2020

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