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Di Maio, Renzi e l'abolizione del vitalizio già abolito

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

L'onorevole Di Maio si è guadagnato la ribalta mediatica per la sua proposta di abolire i vitalizi dei parlamentari, "privilegio medievale". Peccato che i vitalizi siano già stati di fatto aboliti con la riforma entrata in vigore nel 2012. Al loro posto sono state istituite delle pensioni integrative in regime Inps in tutto e per tutto analoghe a quelle dei dipendenti pubblici e privati, calcolate con il metodo contributivo e con coefficienti assolutamente standard. Quindi in pratica Di Maio propone di abolire una cosa già abolita. Evviva! Uno storytelling degno di uno spettacolo del Beppe Grillo cabarettista ("ragazzi è pazzesco! Ma vi rendete conto? E' come se qualcuno proponesse di abolire il delitto d'onore o di introdurre il suffragio universale per le donne!"). E perché non chiedere di abolire le baby pensioni, scomparse con la riforma Amato  del 1992? Ma non fa niente, serve al blog di Grillo per creare un bel #pensionecometutti e dare addosso alla casta, che non si sbaglia mai.

Se vogliamo, un piccolo privilegio rimasto è che i parlamentari vanno in pensione a 65 anni anziché a 67 come la maggior parte degli italiani, età che si accorcia fino a 60 anni in caso di ulteriori mandati.  Ma per il resto cambia poco. E' stato calcolato che un parlamentare di 27 anni che cesserà il suo mandato nel 2018 (senza rinnovarlo) durante il quale ha versato volontariamente circa 48 mila euro di contributi, percepirà, quando avrà 65 anni, una pensione integrativa (non lo si può chiamare vitalizio che era una rendita a vita graziosamente concessa dallo Stato italiano) compresa tra i 900 e i 970 euro al mese.  Quali privilegi medievali si intendono abbattere? Delle pensioni integrative pagate con i contributi volontari spacciati per vitalizi? E' chiaro che si tratta di una trovata populista che ha lo scopo di sollecitare il ricorso alle elezioni anticipate. Per maturare la pensione a 65 anni infatti servono 4 anni, sei mesi e un giorno di mandato, limite che dovrebbe scattare il prossimo 15 settembre. Da qui le pressioni per finire prima e impedire che i parlamentari "lucrino" ciò che gli è dovuto come  a qualunque altro cittadino che percepisse una pensione integrativa.

Ma va detto che i Cinque Stelle non sono assolutamente soli in questo gioco di specchietti per le allodole. Non ha disdegnato affondi populisti nemmeno Matteo Renzi quando, alla fine di gennaio, ha avvertito che bisogna evitare, mantenendo la scadenza naturale della legislatura, “che scattino i vitalizi, perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini”. Peccato che qualche mese prima avesse detto raggiante che “i vitalizi li abbiamo abrogati dal 2012”.

I veri privilegi, semmai, riguardano i parlamentari che continuano a prendere i vitalizi maturati prima del 2012. Le due riforme del 1997 e del 2007 avevano elimiato benefici macroscopici e inaccettabili: prima delle riforme bastava addirittura un solo giorno di mandato parlamentare per maturare il vitalizio e lo si poteva percepire anche a 50 anni per tutta la vita. Ma lo “scandalo” principale era che la rendita percepita non era nemmeno lontanamente paragonabile ai contributi versati, come non si stanca di ricordare l’attuale presidente dell’Inps Tito Boeri. Ci sono parlamentari che percepiscono rendite di sei-sette mila euro al mese e nessuno gli ha mai chiesto di ridurle per via dei diritti acquisiti e dell’impossibilità di procedere con valore retroattivo.

 


27 febbraio 2017

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