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L'inquietante giro di giostra dei Cinque Stelle

A conclusione del giro di giostra dei Cinque Stelle all’Europarlamento, usciti dal gruppo dell’antieuropeista inglese Farage per entrare in quello degli europeisti liberali di Verhofstadt, rispediti al mittente e riaccolti nel gruppo di Farage con la coda tra le gambe nel giro di 36 ore, vale la pena di fare qualche (inquietante) considerazione.

La prima è che nel movimento di Grillo la democrazia interna non è nemmeno un optional, non esiste proprio. La decisione di uscire dal gruppo, come Jack Frusciante, è stata data di sorpresa domenica pomeriggio, annunciando la solita votazione on line spacciata per “referendum popolare” e gestita dalla solita Casaleggio & Associati (che ha portato avanti anche i negoziati con Verhofstadt). Manco a dirlo, la decisione, annunciata dal solito Sacro Blog, è stata ratificata dal consueto plebiscito informatico, il 78,5 per cento dei 40 mila votanti. Dunque la "democrazia popolare" è affidata a 40 mila ignoti e cliccatori, in gran parte - come sempre - entusiasti delle scelte del Capo, sempre ammesso che non si tratti di una votazione farlocca (chi ci garantisce che non si tratti di un algoritmo?), a nome di un partito che alle politiche del 2013 ha raccolto oltre otto milioni di voti. In pratica un cliccatore ha garantito una scelta epocale (l'uscita o no dall'Europa) ogni 200 elettori.

La seconda considerazione, ancora più preoccupante, è che nel movimento non esiste alcun programma politico definito. Il gruppo grillino è passato disinvoltamente dagli euroscettici e agli europeisti per poi ritornare agli euroscettici con la stessa disinvoltura con cui si sceglie una cravatta per uscire di casa o si ordina un pallina di gelato con le fragoline di bosco al ristorante. Eppure stare dentro l'Europa o no non è esattamente una questione di "nuance" o di gusti, per un gruppo europarlamentare. Tutto è affidato alle bizze di Grillo e della Casaleggio&Associati, oltre a supposte strategie tattiche come quella di apparire un po' più moderati in vista delle elezioni politiche in Italia. Comunque l’unica motivazione valida del ritorno a casa del padre della Brexit Farage pare siano stati i 700 mila euro di finanziamenti pubblici che i Cinque Stelle avrebbero perso se fossero andati nel gruppo.

C’è un ‘ultima postilla: a parte la testa chiesta e ottenuta da Farage per l’operazione rientro (quella di Francesco Caiazzo, che non è nemmeno parlamentare ma è un collaboratore dell’eurodeputato David Borrelli) Beppe Grillo, tra gli applausi dei membri del Direttorio, ha minacciato di far pagare una penale di 250 mila euro agli eurodeputati deputati che hanno deciso di andarsene dal gruppo. La politica come contratto, più affine al diritto civile che al diritto costituzionale.

Tutto questo contrasta con la Costituzione italiana, sempre sbandierata dai “cittadini” grillini, che non prevede alcun vincolo di mandato per un deputato eletto, poichè farla pagare a un eurodeputato che ha cambiato bandiera comprime la sua autonomia e rimanda a un preoccupante mix di dilettantismo e totalitarismo strisciante che non fa onore alla buona volontà dei membri dei Cinque Stelle e dei milioni di elettori grillini, in genere giovani e meno giovani scesi in campo convinti di svecchiare un sistema politico sclerotizzato, all’insegna di valori come l’acqua pubblica, la mobilità sostenibile, lo sviluppo, la connettività e l’ambiente (questo il significato un po’ vago delle cinque stelle), della lotta alla corruzione, dello snellimento dell'amministrazione pubblica e altre lodevoli e rispettabili intenzioni. A sette anni dalla sua fondazione sarebbe il caso di "uscire dal medioevo" - come ha detto un parlamentare grillino che se n'è andato -  darsi un minimo di democrazia interna. E magari di organizzare un congresso. Non su Internet, ma dentro un Palasport. 


12 gennaio 2017

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