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Cardinale arcivescovo e biblista

Offrite i vostri corpi

"Visitare gli infermi", affresco di Domenico Ghirlandaio (1449-1494). Firenze, chiesa di San Martino dei Buonomini.
"Visitare gli infermi", affresco di Domenico Ghirlandaio (1449-1494). Firenze, chiesa di San Martino dei Buonomini.

Con il capitolo 12 della Lettera ai Romani, versetti 1-2 e 9-18, una delle letture del Lezionario liturgico nuziale, si apre la seconda parte del capolavoro di Paolo: dopo una grandiosa riflessione teologica sul peccato, la fede e la grazia, l’Apostolo entra nella vita morale, nell’impegno dell’uomo che risponde al dono divino, vivendo la legge dello Spirito.

In questa pagina si trova un programma di vita cristiana presentato attraverso una catena di dodici imperativi, cioè di appelli alla coscienza del credente per essere vero discepolo del Cristo all’interno della sua vocazione personale e familiare. Il primo appello (I) è quasi il portale d’ingresso a tutti gli altri: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». “Corpo” non è da intendere come opposto ad “anima”, tant’è vero che l’Apostolo definisce questo sacrificio dei «corpi» il «culto spirituale».

Nel linguaggio biblico “corpo” è sinonimo di persona, è l’essere intero dell’uomo in quanto si manifesta, ha relazioni, soffre, gode, crede, ama, odia, vive. Il vero culto cristiano è, perciò, l’offerta non di un rito, di un animale sacrificale, ma della propria esistenza, delle opere e dei giorni, della verità e della giustizia. Dal principio generale ecco fiorire vari impegni particolari che toccano l’esperienza quotidiana. Paolo ci ammonisce a «non conformarci» alla mentalità dominante e superficiale ma a «trasformarci» interiormente modellandoci sui grandi valori del bene, del vero, del giusto, della perfezione (II).

Questo comporta una scelta decisa e precisa: fuggire il male e attaccarsi al bene è la sintesi di tutta la morale (III). All’interno di questa scelta generale una posizione di rilievo ha la carità: un amore autentico e non affettato, una fraternità che impegna a una donazione reciproca, una stima vicendevole spoglia di invidie (IV). Il cristiano deve essere spiritualmente vivo, combattere la pigrizia e conquistare il fervore (V). Con questo spirito si può «servire il Signore» in pienezza: il verbo “servire” nella Bibbia esprime l’adesione nella fede e nell’amore tant’è vero che «Servo del Signore» per eccellenza è il Messia (VI). Quando l’orizzonte è luminoso, il fedele è lieto e pieno di speranza; quando incombe la tribolazione, è forte e sereno (VII).

Egli sa unire la dimensione verticale della preghiera perseverante con quella orizzontale della premura per le necessità dei fratelli (VIII). Egli benedice anche i suoi persecutori, le sue labbra non conoscono odio e imprecazione (IX); partecipa della gioia e del dolore dei fratelli in piena sintonia e sincerità (X). II cristiano non è altezzoso e superbo; anzi, come il suo Signore e Maestro, è pronto a servire e non a essere servito, consacrandosi anche alle cose più umili (XI). L’ultimo impegno di questa “carta dell’esistenza cristiana” è ancora quello dell’amore in tutte le sue sfumature, anche quelle modeste e quotidiane (XII). Particolarmente significative per la vita matrimoniale e familiare sono le ultime parole di Paolo, piene di buon senso: «Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti».


20 marzo 2015

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