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Giornalista

Non solo Falcone: Antonio Montinaro

Per non dimenticare, perché di quei tre nomi, saltati in aria a Capaci,  non rimanga soltanto la sintesi inanimata che chiamiamo, per fretta, per distrazione: «la scorta».

«Chiunque fa questo mestiere ha la possibilità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è una cosa che tutti abbiamo. Chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange… è un sentimento umano. È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana. Io, come tutti gli uomini, ho paura, indubbiamente. Ma non sono vigliacco. Nella mia posizione la paura è lasciare i bambini soli. Per l’uomo sposato la paura si gestisce in virtù della propria famiglia: si ha paura di lasciarli soli, si ha paura di non avere la capacità di morire per una ragione valida. Certamente in Italia si muore perché si è poliziotti, poi non so fino a che punto valga la pena. E l’abbiamo visto in molti casi: ci si dimentica quasi completamente delle famiglie dei poliziotti uccisi».

Più della faccia, più dei suoi riccioli neri, ci sono rimaste queste parole. Più di un testamento. Sono voce calda e pacata in una cassetta, la registrazione di un’intervista, doveva essere la prima metà di maggio del 1992. In queste parole, di sicuro, non c’è tutto Antonio Montanaro, ma ce n’è moltissimo. Il lavoro di cui parla è il «servizio scorte». Non una scorta qualsiasi nel suo caso: la scorta di Giovanni Falcone.

Antonio Montinaro aveva 30 anni, due bambini, uno di quattro anni l’altro di pochi mesi, e Tina. Né lei né lui erano siciliani, lui pugliese, lei napoletana, ma Palermo li aveva fatti incontrare ed è quella la ragione per cui Tina dopo il 23 maggio a Palermo ha voluto restare. È andata come le diceva, forse per esorcizzare: «Quando succederà mi verrai a raccogliere con un cucchiaino».

Non era suo quel turno, aveva chiesto uno scambio per fare il pomeriggio e avere un po' di straordinario, perché succede sempre così: all’appuntamento a Samarcanda ci si arriva. Puntuali. Montinaro aveva visto giusto, i tre della Quarto Savona 15, l’auto che il 23 maggio precedeva la Croma di Giovanni Falcone presa in pieno dall’esplosivo, li hanno trovati straziati, 60 metri più in là della strada ridotta a un cumulo di detriti.

Oggi Quarto Savona 15 è un’associazione, voluta da Tina, sostenuta da Gaetano e Giovanni, ormai grandi, perché non succeda quello che Antonio temeva, perché non si dimentichi: l’idea è di trasformare lo spazio attorno al luogo della strage in un parco, il Giardino della Memoria, in cui trovi posto anche quel che resta della Quarto Savona 15 accartocciata. È stato promesso tante volte. Ancora pochi giorni fa, dopo l’ennesima denuncia pubblica di Tina, è arrivato l’impegno a mantenere la promessa. Chissà se sarà la volta buona. Pesa quel dubbio di Antonio, che si chiedeva se ne valesse la pena. Pesa tanto di più perché tutti sanno che Antonio Montinaro ci credeva, che faceva quella vita non solo per dovere ma anche per convinzione, perché stimava moltissimo Falcone.

(2- continua)


01 giugno 2014

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