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lunedì 15 aprile 2024
 

«Per calcoli politici e paure, nascondiamo un milione di ragazzi»

Caro don Stefano, finalmente, dopo una decina di anni, è tornato a essere in prima pagina il problema della cittadinanza per quasi un milione di ragazzi stranieri che vivono in Italia. Questi ragazzi, compagni di banco dei nostri figli, che giocano assieme al pallone, vanno in gita con loro e, terminate le scuole, lavorano accanto ai nostri eppure c’è chi non li vede, oppure dice che non devono essere italiani. Incredibile, per calcoli politici e per paura dello straniero, sono tenuti nascosti. Si fanno battaglie e manifestazioni regolarmente schierati da una parte o dall’altra politicamente, a prescindere se siano battaglie giuste da farsi. Questa, del riconoscimento sulla cittadinanza fondata sullo ius scholae, è una battaglia giusta, da farsi tutti uniti, cattolici e non. Vale la pena di metterci la faccia e le associazioni cattoliche dovrebbero essere in primo piano, trainanti.

FRANCESCO F. (MERATE LC)

Caro Francesco, oggi sono ben 872.360 gli studenti di origine straniera che siedono nei nostri banchi di scuola e che, pur essendo nati e cresciuti in Italia, non hanno la cittadinanza. Essi rappresentano il 10,6% degli iscritti nelle scuole dell’infanzia, delle primarie e delle secondarie. Questi bambini e questi ragazzi, secondo la legge 91/1992, hanno diritto alla cittadinanza solo al compimento del 18° anno di età. La norma è molto restrittiva rispetto ad altre legislazioni (Usa, Canada, Brasile tra gli altri), per cui la cittadinanza è collegata allo ius soli, cioè alla nascita sul territorio dello Stato. Per ovviare a una regolamentazione che distingue, fin dai banchi di scuola, tra cittadini di serie A e “non cittadini” di serie B, una proposta di legge del 2022, poi tramontata con l’avvento del nuovo Governo, prevedeva il così detto ius scholae, cioè l’acquisizione della cittadinanza italiana per i minorenni stranieri nati in Italia o arrivati prima del compimento dei 12 anni, che avessero risieduto legalmente e senza interruzioni nel nostro Paese e frequentato regolarmente nel nostro Paese almeno 5 anni di studio.

Così, mentre la società civile (scuola, associazioni sportive, parrocchie ecc.) affronta ogni giorno la grande sfida dell’interculturalità e dell’integrazione – perché la storia non ci aspetta! –, per lo Stato italiano questi ragazzi di seconda generazione restano al palo. Se da un lato non possiamo nascondere le fatiche della convivenza, soprattutto in alcune zone d’Italia ad alto tasso di immigrazione (pensiamo ad es. a Monfalcone), d’altro lato l’unica strada percorribile resta oggi quella della piena integrazione dei compagni dei nostri ragazzi, per non continuare a farli sentire figli di un dio minore. Soprattutto in un Paese come il nostro che si dice cristiano e in piena crisi demografica.


28 marzo 2024

 
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