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venerdì 10 luglio 2020
 
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(AAVV)

«Per che cosa viviamo? Il Signore sta facendo verità in noi»

Fede e coronavirus. La Quaresima di quest’anno, davvero inedita, ci coglie in cammino verso il buio del Getsemani, la brutalità del Calvario, ma anche verso la luce che promana dalla Resurrezione dell’alba di Pasqua. “Nell'angoscia ho gridato al Signore; mi ha risposto, il Signore” (Salmo 118). Abbiamo voluto aprire un Diario della speranza e raccogliere le riflessioni di diversi personaggi, dal cardinale al prete di strada, dal monaco al vescovo, che ci accompagnano verso la Pasqua. A ognuno abbiamo posto proposto questa traccia di riflessione: «Cosa suggerisce, basandosi sull’Antico e Nuovo Testamento, sulla scorta del Magistero e della sua esperienza pastorale, ai familiari che hanno perso un loro caro, agli ammalati che stanno combattendo contro il virus, alle persone che hanno una paura profonda e paralizzante per sé, per i propri cari, per l’Italia?».

Il decimo contributo è di madre Maria Grazia Girolimetto*

C'è UN SILENZIO ANGOSCIANTE. E C'è UN SILENZIO CHE Dà VITA

In questa Pasqua le chiese sono chiuse e i fedeli non possono partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia ma questo digiuno eucaristico, davvero duro, forse è un modo attraverso il quale in questo momento il Signore vuol farci conoscere di che cosa abbiamo bisogno: noi siamo sempre in certo modo tormentati da desideri e da bisogni, e il Signore ci fa capire di che cosa abbiamo fame, magari senza saperlo. In realtà abbiamo fame di Lui mentre andiamo cercando tante altre cose. Per rendere fecondo di bene per noi e per gli altri questo tempo di digiuno eucaristico, penso che la via più semplice, quotidiana, a disposizione di tutti sia di vivere eucaristicamente, fare della nostra vita un’eucaristia. Concretamente questo significa tante cose. Innanzitutto vorrei sottolineare l’aspetto della “comunione”. Ad esempio in famiglia ora come non mai possiamo vivere facendo comunione, condividendo tutto, dal pasto consumato insieme (cosa sempre più rara oggi!), ai lavori domestici distribuiti, a momenti arricchenti d’incontro e di dialogo. L’Eucaristia, poi, è rendimento di grazie: allora si vivrà eucaristicamente imparando davvero ad accogliere tutto con gratitudine e ringraziando per quanto ci viene dato. L’Eucaristia è il dono, l’offerta per eccellenza: si vivrà eucaristicamente facendo di ogni atto della nostra giornata, di ogni sofferenza, di ogni preoccupazione un’offerta a Dio, unita a Gesù Eucaristia, per la salvezza del mondo, in questo caso in concreto per la guarigione dei malati, per il sostegno degli operatori sanitari, per la consolazione dei più soli e abbandonati. L’Eucaristia, ci si pensa forse troppo poco, è una realtà umilissima e silenziosa. Ecco, si vivrà l’Eucaristia accogliendo questa grande prova in umile silenzio e in silenziosa preghiera.

Il “coprifuoco” imposto dal coronavirus ha trasformato le nostre città, sempre rumorose e frenetiche, in luoghi silenziosi, deserti urbani ai quali non siamo abituati. Questo silenzio parla di un grande e doloroso vuoto; dice una “mancanza”. Non c’è certo da augurarsi che continui! Le città tornino presto a essere luogo d’incontro, di vita, di lavoro; i bambini, i ragazzi, i giovani possano presto tornare alle loro scuole, ai loro impegni e anche ai loro ritrovi. Il pericolo in tale situazione è che questo triste “silenzio” diventi per molti una solitudine di morte, un senso di abbandono, di chiusura, portando al pessimismo e anche alla depressione. «Il silenzio», scriveva la nostra Madre fondatrice, Anna Maria Cànopi, «è l’orma di Dio sulle sabbie roventi dei nostro deserto interiori». Ecco, anche partendo da uno stato di desolazione, quale è quella attuale, si può giungere a scoprire un altro volto del silenzio: un silenzio vivo, un silenzio di comunione, un’esperienza di pace e di vero incontro con Dio. Ma occorre un lungo cammino verso le profondità del cuore.

L’ambiente silenzioso può certo facilitare il raccoglimento e può anche aiutare ad accorgerci di quanto “rumore” c’è dentro di noi più che attorno a noi: pensieri disordinati, mormorazioni, critiche, giudizi, proteste. Tutto questo va fatto tacere. Allora, a poco a poco, il silenzio sorge dall’interno come una sorgente zampillante che attira verso silenzi sempre nuovi e sorprendenti. È il deserto che fiorisce. Ma all’inizio ci vuole la lotta. Come affrontarla? Come far tacere il nostro “io”? Come monaca non ho altra risposta che questa: con l’ascolto attento, lento, ripetuto della Parola di Dio, e con la preghiera. Il silenzio allora diventa pace e comunione con tutti.

Imparare l'arte dell'ascolto per "fare famiglia"

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Il virus ci ha obbligato a “fare famiglia”. A stare in casa di più con i nostri figli, compagni, nonni. E questo presume un saper ascoltare l’altro. “Fare famiglia, fare comunione” è l’arte delle arti: difficile, ma bellissima; faticosa, ma piena di gioia: perché è l’arte dell’amore. Se questa epidemia avrà l’effetto di farci riscoprire il valore del vivere insieme come famiglia, davvero si potrà dire che essa ci lascia un dono prezioso. Ma “fare famiglia” vuol dire intessere relazioni di amore reciproco, di accoglienza fraterna, di ascolto. L’ascolto è alla base di tutto. E, tornando un attimo al tema del tempo, vorrei aggiungere che, in famiglia, bisogna saper trovare il tempo per ascoltarsi reciprocamente.

Oggi, nella civiltà della concitazione, si vanno sempre più perdendo l’arte del raccontare con calma e il gusto di ascoltare, poiché le notizie sono date a ritmo frenetico e spesso con linguaggio e immagini aggressivi. Abbiamo quindi tanto più bisogno di imparare a stare in ascolto e a sostare su quanto abbiamo ascoltato. In monastero l’esperienza dell’ascolto è molto forte. Come è noto, la Regola di san Benedetto inizia proprio con l’esortazione: «Ascolta, figlio…». Dal mattino alla sera si è in ascolto: in ascolto della Parola di Dio, che diventa luce sul cammino quotidiano, in ascolto dei fratelli e in ascolto delle varie situazioni della vita. Tutto ci parla e ci rivela la volontà di Dio su di noi. Ma anche “ascoltare” è un’arte da imparare. Indispensabili all’ascolto sono il silenzio e un atteggiamento di umiltà. Ciò che più di tutto impedisce l’ascolto – di Dio e dei fratelli – è l’affermazione esasperata di se stesso. Quando si mette al centro il proprio io con tutte le sue esigenze non c’è più posto per gli altri. E questo rende anche difficile la comunione.

 

del tempo (non ne siamo padroni) e della morte (le domande ultime, le domande vere)

Siamo passati a un mondo nuovo, per molti sconosciuto. Credevamo di essere padroni del tempo, di poterlo riempire a nostro piacimento, anche alterando la naturale scansione delle ore, dei giorni, dei mesi e degli anni. Questa emergenza può essere realmente una pausa salutare. A ricordarci innanzitutto che il tempo è un dono, non un possesso. E dunque ogni nuovo giorno va accolto con gratitudine e vissuto con gratuità, istante per istante, sempre avendo di vista la mèta del tempo, che è l’eternità. Il nostro santo Padre Benedetto ha una massima lapidaria: egli esorta a “compiere all’istante ciò che giova per l’eternità”. Diversamente il tempo è sciupato, va verso il nulla e non verso la pienezza. Che cosa sia il tempo è ancora san Benedetto a dircelo: vivere in relazione con Dio, nella preghiera, e in relazione con gli uomini e con il creato, nel lavoro, nella comunione, nella gratuità dell’amicizia e nella gioia del ristoro.

Il coronavirus, infine, ci ha messo tutti di fronte alla morte. E dunque ha risvegliato le domande esistenziali fondamentali. Per che cosa vivo? Per chi vivo? Quale fine ha il mio correre di ora in ora, di giorno in giorno, di anno in anno? La morte è la fine di tutto? Se il tempo è un dono, può il suo “compimento” essere un furto che ci porta via tutto? Non è più ragionevole pensare che sia un dono al superlativo? Non la fine della vita, ma una vita nuova?

* L'AUTORE

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Madre Maria Grazia Girolimetto, 57 anni, è l’abbadessa del monastero benedettino di clausura Mater Ecclesiae di Orta San Giulio (Novara). La comunità venne fondata 46 anni fa madre Anna Maria Cànopi morta il 21 marzo 2019 a 83 anni


09 aprile 2020

 
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