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sabato 28 maggio 2022
 

Petrolio, svendita natalizia

Uno stabilimento Shell in Russia (Reuters).
Uno stabilimento Shell in Russia (Reuters).

La migliore dimostrazione che la teoria dello "scontro di civiltà" era una bufala ci viene, in queste settimane, dalle vicende del prezzo del petrolio. Pensate un po'... In Medio Oriente, regione decisiva per le sorti mondiali dell'oro nero, infuria una serie di guerre che più ideologiche non potrebbero essere: tra musulmani sciiti e musulmani sunniti; tra Stati e terroristi; tra Paesi autocratici e Paesi difensori della democrazia; tra potenze emergenti e potenze tradizionali. Eppure, nulla di tutto questo ha la minima influenza sul mercato del petrolio, che resta il carburante di tutta l'economia mondiale.

Al contrario: è l'economia, attraverso la produzione di petrolio e la dinamica dei prezzi, a dirigere la guerra e la pace, a indirizzare i rapporti tra le nazioni e, quindi, tra le civiltà che esse rappresentano, o dicono di rappresentare.

Quel che succede è relativamente semplice. La crisi economica mondiale, e i provvedimenti che i Paesi sviluppato hanno preso nel corso degli anni (compresi quelli per il risparmio energetico e per un miglior utilizzo delle risorse energetiche), hanno fatto calare la domanda di petrolio. I Paesi petroliferi, e soprattutto quelli rappresentati nell'Opec, hanno però deciso di non tagliare la produzione. Risultato: il prezzo è calato a quote incredibili solo qualche tempo fa. Dal 2010 al 2014 il prezzo è stato in media di 103 dollari a barile, adesso siamo sui 70 e la tendenza al ribasso non è finita.

Perché Paesi come Russia, Iran o Arabia Saudita, che al petrolio devono tutto o quasi tutto, accettano questa specie di svendita permanente? Tutti loro ci rimettono, anche se in misura diversa. L'Arabia Saudita ha bisogno che il petrolio costi almeno 91 dollari a barile, se no lavora in perdita. Alla Russia serve quota 95 come all'Iran, al Venezuela addirittura 100. La risposta, come dicevamo all'inizio, sta nel fatto che "civiltà" diverse sono pronte ad allearsi e a usare l'economia per mettere sotto controllo la politica.

All'ultima riunione dell'Opec, infatti, è stata siglata una specie di "santa alleanza petrolifera" tra due Paesi che si sono sempre guardati un po' in cagnesco, la Russia (che trascina con sé l'Iran) e l'Arabia Saudita (che è il pezzo grosso tra le monarchie del Golfo Persico), per non tagliare la produzione, tenere il prezzo basso e, così, tirare una bordata agli Usa.

Per ragioni diversissime. Ma a loro questo non importa, proprio perché a loro dello "scontro di civiltà" non importa un fico. L'Arabia Saudita manda un messaggio agli Usa: state diventando il maggior produttore di petrolio grazie allo "shale oil", e quindi potreste essere tentati di essere meno sensibili alle nostre ragioni. Allora facciamo precipitare il prezzo, tanto noi sauditi abbiamo riserve in valuta immense e voi americani avete bisogno che il petrolio sia venduto ad almeno 73-75 dollari a barile, perché i vostri enormi investimenti abbiano senso. Quindi, cari americani, non fate gli spiritosi e smettetela di trattare con l'Iran, nostro nemico storico.

Anche la Russia lancia un messaggio agli Usa: cari americani, avete aiutato l'Ucraina a saltare il fosso verso Occidente? Ci avete lanciato addosso le sanzioni? Bene. E noi diamo una mano all'Arabia Saudita e facciamo precipitare il prezzo del petrolio. Così voi ci rimettete con i costi dello shale oil e noi intanto vendiamo il gas a tutti, anche alla Cina. E vediamo se avete il coraggio di mandare a monte il trattato con l'Iran, nostro fedele alleato in Medio Oriente.

Certo, questi sono affari "loro", dei grandi. A noi cittadini qualunque del mondo basterebbe capire se la benzina prima o poi calerà di prezzo. Altro che "scontro di civiltà". Magari ne parliamo nel prossimo post.
 



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28 novembre 2014

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