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Giornalista

Prescrizione, corruzione, molte mosse un po' confuse

L’ha detto Papa Francesco: “la corruzione “spuzza””. Lo ripete il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la corruzione è “cancro oppressivo” . E’ il (nostro) problema dei problemi che però Governo e Parlamento affrontano con provvedimenti che danno l’idea di un affaccendarsi, ma che a uno sguardo meno superficiale denotano un approccio confuso, laddove ne servirebbe uno organizzato e coordinato che tenga insieme i molti fattori che rendono il contrasto alla mazzetta così poco efficace.

Per esempio, il processo Calciopoli, prescritto, riporta d’attualità il tema della prescrizione che aveva già destato recente scandalo sul caso Eternit. Lo fa nel giorno in cui la Camera approva una riforma della prescrizione che mostra insieme buone intenzioni e contraddizioni. E’ a tutti noto lo spreco di risorse, di energie, di credibilità che comporta un regime della prescrizione che manda in fumo 150.000 processi  l’anno, già iniziati o quasi finiti. Se la prescrizione serve a impedire che si perseguano oggi reati che non ha più senso perseguire, non è logico che continui a correre anche  quando con il rinvio a giudizio lo Stato certifica l’interesse proprio - e delle persone che sono a vario titolo implicate – a che il processo, ormai incardinato, produca un esito, di assoluzione o di condanna.

Perché allora interrompere la prescrizione solo dopo la sentenza di condanna di primo grado, con l’effetto di non disincentivare chi fin dal primo grado trovi interesse a servirsene, anziché come strumento di garanzia, come strumento per tirare in lungo il giudizio? Perché non tornare al regime che precedeva la legge ex Cirielli, per altro nota a tutti come legge ad personam, salvando così il rapporto tra prescrizione e gravità del reato? Reato più grave uguale prescrizione più lunga in proporzione.

E invece si sta lavorando a più provvedimenti in contemporanea, con un procedere così arruffato che si fa persino fatica a raccontarlo con chiarezza: da una parte si approva un sistema un po’ macchinoso di interruzioni della prescrizione (due anni dopo condanna di primo grado, un anno dopo l’appello); dall’altra si approva l’aumento secco della prescrizione per corruzione propria, impropria e in atti giudiziari, ma non per concussione e induzione (due reati più gravi, della stessa galassia, che finirebbero per prescriversi prima degli altri tre). Da un’altra parte si sta scrivendo un provvedimento  che prevede per la corruzione un aumento delle pene destinato a incidere sulla prescrizione  a propria volta. Da un’altra parte ancora si mette mano a una riforma della procedura penale.

Intanto mezzo Governo minaccia di votare contro il testo (governativo) sull’interruzione della prescrizione e alla fine si astiene, obtorto collo, solo dietro la promessa di un’armonizzazione tra i diversi provvedimenti paralleli di cui sopra, da realizzare quando il testo sulla prescrizione passato ieri alla Camera arriverà al Senato. Nel mentre, però, si sta strombazzando come riforma del secolo quella che toglierà al Senato proprio la funzione di concorso nella scrittura delle leggi, cui nel caso in questione si attribuisce un ruolo “salvifico”, non si sa bene se della maggioranza o del provvedimento.

È un cattivo pensiero constatare che questo modo di fare dà un’idea un po’ troppo disorganizzata, per convincerci che sia anche funzionale a risolvere il problema dei problemi che ci attanaglia?

E’ vero che la politica è il luogo del compromesso (più o meno virtuoso), che nel suo spazio c’è posto anche per concetti geometricamente arditi come le convergenze parallele. Ma un conto è accettare che in politica la linea più breve fra due punti non sia sempre la retta, altro è illudersi che si possa praticarne una tortuosa fino all’arabesco, senza scontare tutto in termini di reale efficacia.


25 marzo 2015

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