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martedì 28 giugno 2022
 

Come non arrendersi ad un matrimonio "con le pile scariche"

Caro don Stefano, sono una donna di 60 anni, sposata da poco più di 30. Ho lavorato per una vita come impiegata e ora sono appena andata in pensione, e così anche mio marito, che ha qualche anno più di me. Vive con noi ancora il nostro secondo figlio maschio, che sta terminando l’università con buoni risultati, mentre la primogenita, laureata, ormai lavora e ha deciso di andare a convivere con il suo compagno. Per il momento non ha intenzione di sposarsi, e questo mi fa molto soffrire. Ma quello che mi fa patire di più è soprattutto il senso profondo di vuoto che provo ormai da molto tempo e che caratterizza la mia quotidianità, un “demone” da cui non riesco a liberarmi, nonostante il mio cammino di fede e il mio impegno in parrocchia come catechista dei ragazzi della cresima. Ho dedicato la mia esistenza alla mia famiglia, a mio marito e ai figli, e non avrei motivi di lamentarmi. Eppure... Eppure sento che l’amore con l’uomo che ho scelto da ragazza, e di cui ero follemente innamorata, è finito da tempo e che ha ormai esaurito le pile; provo a volte rabbia verso di lui, ma anche verso di me per come sono andate le cose. Entrambi ci siamo impegnati seriamente in un progetto comune, a cui siamo stati fedeli, pur tra alti e bassi, e che abbiamo realizzato tra grandi fatiche e tanto impegno. Ma oggi viviamo da estranei, ci limitiamo a comunicazioni “di servizio” o poco più e non condividiamo interessi comuni. La vita futura mi fa paura».

UNA LETTRICE

Cara amica, leggendo la tua lunga lettera, che ho dovuto mio malgrado ridurre, sembra che il tuo matrimonio sia stato un “progetto a tempo”, esaurito il quale non ci sono stati più motivi di gioia e di condivisione. Nel tuo scritto riconosci di essere stata innamorata del ragazzo che hai sposato, ma poi il tempo, la routine e le tappe della vita che si susseguivano hanno “tolto” calore alla tua esistenza.

Anche il lavoro, con le delusioni che racconti, non ha mantenuto le promesse. «La vita è la somma di tutte le tue scelte», diceva Albert Camus, un filosofo non credente, morto abbastanza giovane (a 46 anni), che nella sua opera ha colto uno dei segni che hanno caratterizzato l’epoca moderna uscita dalla Seconda guerra mondiale: il senso dell’assurdo che incombe sull’uomo privato del senso trascendente della vita, che poi è la prospettiva esistenziale in cui lui stesso si collocava.

Pur partendo da posizioni diverse dalle mie (e credo dalle tue), mi sembra una frase suggestiva e vera. Noi ci costruiamo ogni giorno, fin da quando apprendiamo l’arte del ragionare e le regole della causalità, per cui a ogni azione corrisponde una reazione; a ogni causa segue un effetto. Le piccole e le grandi scelte che compiamo - da quella di mettersi insieme e sposarsi con la persona amata a quella, banalmente, di cosa fare nelle tante serate libere che il buon Dio ci concede - ci determinano, ci costruiscono. Il nostro stesso pensare, il nostro parlare, il nostro fare “ci fa” ogni santo giorno.

Dare vita a un progetto, proprio come succede quando si costruisce un palazzo, significa lavorare ogni giorno un pochino per continuare la costruzione, avendo ben presenti gli elementi del progetto, ma via via adattando quest’ultimo alle circostanze che la vita e la realtà ci presentano. E così, limitandoci alla vita matrimoniale, passiamo da una meravigliosa stagione “incantata” della vita, quella dell’innamoramento, a quella della costruzione delle fondamenta del progetto (matrimonio, lavoro, casa, nascita dei figli), a quella della stabilizzazione (crescita dei figli, relazioni significative, progresso nella carriera), fino all’età matura, quando ormai la casa è arrivata al tetto (i figli sistemati e la pensione raggiunta...).

Per noi sacerdoti e religiosi, del resto, mutatis mutandis, non è così diverso. Ma... e poi? Per te, per me, per tutti - come per le stesse coppie giovani, per cui questa sequenzialità di scelte e fatti della vita è sempre meno scontata e garantita - credo che, a casa terminata, il problema si ponga. Ecco, penso, cara amica, che tutto questo ragionamento, fatto in questo modo, sia incompleto, rappresenta solo una parte della realtà.

L’altra parte, che Camus non poteva dirci, riguarda il senso profondo della vita, che è l’amore. L’amore, ce lo indica la solennità della Trinità che abbiamo appena celebrato, è eterno. È il mistero del Padre che genera dall’eternità il Figlio nello Spirito Santo. L’amore umano, che si radica profondamente e radicalmente nell’amore di Dio, è, possiamo dire usando un’ardita parafrasi, “eterno nel tempo”.

L’amore di due sposi si “eternalizza” giorno dopo giorno, nel servizio reciproco (perché amore è, sì, sentimento, ma è soprattutto dono della mia vita all’altro), nell’ascolto reciproco (che, pure, è faticoso servizio), nel compimento dei (banali) doveri quotidiani, nell’accettazione dei fallimenti, oltre ai quali Gesù indica sempre che c’è una risurrezione. E così è, permettimi di osare nel dirtelo, nella vostra vita di sposi cristiani.

Un suggerimento pratico oltre le tante parole? Ce lo dà, come sempre, il nostro amato papa Francesco, il quale, rivolgendosi in un messaggio a delle famiglie riunite in pellegrinaggio lo scorso 21 settembre, scriveva: «La famiglia è “viva”, se unita nella preghiera. È “forte”, quando riscopre la Parola di Dio. È “generosa”, se rimane aperta alla vita, non discrimina e serve i più bisognosi». Preghiera, Parola di Dio, servizio. Ti auguro, di cuore, di crederci ancora e di riprovarci, insieme con tuo marito. Dio è fedele e generoso ogni oltre misura con i figli che si sono impegnati in un cammino con lui.


16 giugno 2022

 
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