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sabato 03 dicembre 2022
 

Quando sono i genitori a diventare hooligan sul campo di calcio

Una domenica mattina, dopo aver accompagnato il più piccolo dei miei figli al campo sportivo dove era in programma la partita di calcio della squadra in cui gioca, ho seguito il più grande, che da alcune settimane ha iniziato ad arbitrare, nel campo di calcio dove era stato designato. Mi sono accomodato sugli spalti tra i genitori dei ragazzi che giocavano e ho assistito alla gara. Ad un certo punto sugli spalti è scoppiato un litigio tra alcuni genitori e sono intervenuto con altri per dividere coloro che stavano per venire alle mani, davanti ai loro figli che, impietriti, li osservavano. La mamma di uno dei calciatori, intervenuta per sedare il litigio, si è rivolta all’indirizzo dell’arbitro proferendo un pesante insulto. Sono rimasto amareggiato per l’esempio che quella donna, una mamma, ha dato al proprio figlio con l’ingiuria rivolta al direttore di gara. Sono rimasto dispiaciuto per il comportamento di coloro che sugli spalti inveivano nei confronti dell’arbitro che dirigeva la gara dando il meglio di sé, con la possibilità talvolta di sbagliare valutazione come del resto un giocatore può mancare un passaggio o un allenatore fallire una scelta.

Nel tempo in cui viviamo, dove spesso la violenza verbale è il preludio della violenza fisica, dove le ragioni del diritto sono calpestate dalla voce della prepotenza, dove il rispetto e la tolleranza sono negati a favore dell’odio e dell’intolleranza, il mondo del calcio è uno specchio fedele della nostra società. Le condizioni in cui è stato la-sciato lo spogliatoio della Nazionale di calcio dopo la partita che ne ha sancito l’eliminazione dal Mondiale fotografano i disvalori prevalenti oggi nello sport per eccellenza del nostro Paese.

Sono consapevole altresì che esistono lodevoli eccezioni e questa certezza mi induce a sperare che si possa invertire quanto prima la rotta e restituire a questo gioco la sua bellezza originaria fondata sui valori sinceri dello sport e della vita. In questi giorni ho letto un libro a mio parere molto bello la cui lettura consiglio a tutti, scritto da una donna, la cui vita è stata segnata tragicamente dalla violenza prima verbale e poi fisica, ma che non ha mai smesso di amare la vita e ai suoi figli ha insegnato “che la rabbia è un sentimento anche legittimo, ma che bi-sogna aprire i pugni e lasciarla andare, perché ogni giorno vissuto odiando è un giorno in cui non sorge il sole”. Il libro s’intitola La crepa e la luce. L’autrice, a cui dico grazie per la sua meravigliosa testimonianza umana e di fede, si chiama Gemma Milite Calabresi. DAVIDE CORRITORE

Caro Davide, l’esempio che citi alla fine della tua lettera, quello della vedova Calabresi (di cui abbiamo pubblicato una bella intervista nel numero del 6 marzo scorso dal titolo Il mio per-dono lungo 50 anni) è calzante. Il libro parla di un episodio drammatico, quello dell’omicidio di suo marito, il commissario di Polizia Luigi Calabresi, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972. Gemma Calabresi ha insegnato ai suoi tre figli (l’ultimo, Luigi, che ha preso il nome del padre, era ancora nella sua pancia al momento dell’assassinio) a disarmare il cuore quando esplode di rabbia per un’ingiustizia subita. Ha insegnato ai suoi ragazzi come dovevano in qualche modo difendersi da sé stessi quando dentro al loro cuore poteva nascere e crescere un sentimento di vendetta contro chi aveva armato la mano che aveva assassinato il padre in quella calda giornata primaverile, di cui fra poco ricorrerà il 50° anniversario.

Un esempio per tutti noi di come si esercita quella difficile e lunga opera artigianale che è l’educazione dei giovani. L’insulto della madre del giovane giocatore al tuo giovane figlio, da poco arbitro, ne è invece un “controesempio”. Anzi, lei ha agito in prima persona, vendicandosi di un presunto torto arbitrale. Il suo cuore (come quello di chi è venuto alle mani) è stato animato (meglio dire disanimato...) da un sentimento di rabbia, che non ha saputo dominare e che, forse, covava nel suo cuore anche fuori dal campetto di calcio. Dando così una pessima dimostra-zione ai figli che, magari, a casa l’avranno pure rimproverata per le scazzottate sugli spalti e gli insulti all’arbitro. Due madri e due modi opposti di dare l’esempio. Forse ha ragione chi dice che il campo sportivo, che di per sé esprime, almeno per i giovani, un modo ludico e giocoso di stare insieme pur all’interno di un evento agonistico, riflette le distorsioni della vita di tutti i giorni.

Non è impossibile immaginare che sulle gradinate di quel campetto di calcio di periferia quegli adulti abbiano portato un modo di “sragionare” e di insultare che magari praticano anche in altri ambienti: a scuola, contro gli insegnanti... Nei dibattiti sui social, sempre più impregnati di odio... In automobile contro la persona in bicicletta che ti taglia la strada e a cui auguri la morte... L’elenco potrebbe continuare... Forse facciamo parte di una società che tollera con sempre maggior fatica il fatto che un figlio – bambino o adolescente che sia – sperimenti la frustrazione del fallimento (una panchina, un quattro in matematica...) e che cerca a tutti i costi un capro espiatorio, il colpevole a cui addossare la colpa del suo fallimento.

Ci sono così genitori che reagiscono insultando l’allenatore o il professore, quelli che invitano il bambino in campo a picchiare, a farsi valere o a offendere. Il risultato è che in questo modo non si insegna ai bambini e ai ragazzi a relazionarsi in modo non problematico con i propri limiti ed errori. Ma anche con i propri talenti, quando questi vengono ingigantiti in modo ingiustificato. Se non si impara a gestire questi aspetti da piccoli, più difficile sarà farlo da grandi. A proposito, invece, della promettente carriera di arbitro di tuo figlio, magari puoi fargli leggere l’intervista ad Alfredo Trentalange, da oltre un anno presidente dell’Associazione italiana arbitri. Oltre al racconto della sua vocazione arbitrale, alla domanda se il calcio sa ancora educare, spiega che questo dipende molto dagli adulti (appunto). E conferma quanto hai raccontato tu: «Sui campetti i bambini in campo rispettano le regole, mentre sulle tribunette i genitori insultano»


06 luglio 2022

 
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