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mercoledì 01 dicembre 2021
 

Quei suicidi in carcere

Ho diciott’anni e faccio volontariato. Da circa due anni ho cominciato a interessarmi dei detenuti, leggendo lettere e articoli su di loro. Spesso mi scontro con i miei parenti. Per loro, «bisognerebbe ammazzarli tutti». Non hanno pietà. Di fronte a tanti suicidi nelle prigioni, bisognerebbe invece fare qualcosa. Vorrei mettermi in corrispondenza con qualche carcerato. E dare anche un aiuto concreto, diretto. Ma non so come fare. Perché la Tv non ci fa conoscere meglio la loro situazione? Perché non ci fa capire perché tanti tentano il suicidio? 

                                                                                                                                Serena

Cara Serena, la tua sensibilità non può che farti onore. Anche perché è rivolta verso una categoria di persone abbandonate e ignorate dalla società. C’è poca attenzione alle condizioni di vita dei detenuti e alla possibilità che possano “redimersi” ed essere recuperati alla vita sociale, dopo aver scontato la giusta pena. Eppure, per un cristiano visitare i carcerati fa parte delle opere di misericordia corporali. Su questo verterà il giudizio del Signore. Ce lo ricorda l’evangelista Matteo: «Ero carcerato e siete venuti a trovarmi». Di recente, ci ha dato un bell’esempio Benedetto XVI con la visita ai reclusi di Rebibbia a Roma. Per far sentire loro la vicinanza del Signore e della comunità ecclesiale. Quanto alla tua richiesta di fare qualcosa per loro (i tuoi genitori non saranno d’accordo), ti consiglio di rivolgerti al cappellano del carcere più vicino a dove vivi. È la persona giusta per indicarti la strada migliore. Anche per superare gli intoppi burocratici.


18 gennaio 2012

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