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giovedì 23 settembre 2021
 

«Quel giorno ho incontrato un angelo nero...»

Caro don Antonio, vorrei proporre sul tema migranti un episodio che mi è capitato circa vent’anni fa. Ero andato allo stadio San Siro a Milano per assistere, con mio figlio allora ragazzino, a una partita di calcio della nostra squadra preferita. Mentre cerchiamo una biglietteria meno affollata, improvvisamente ci perdiamo di vista! Sono molto preoccupato e mi viene in mente che potrei contattarlo al telefonino (era iniziata da poco l’era dei cellulari e non ricordo bene se il telefonino lo avesse solo lui o anch’io, ma scarico). Comincio dunque a fermare persone di ogni età, soprattutto ragazzi, chiedendo loro se hanno un telefonino con il quale poter contattare quello di mio figlio. Non so con quanta sincerità, ma alcuni mi rispondono che non ce l’hanno, altri sì, ma che è senza credito. Più passa il tempo e più non so che cosa fare! A un certo punto vedo davanti a me un giovane dalla pelle scura (forse marocchino o altra nazionalità) e, pur stanco per i rifiuti ricevuti dalle altre persone, mi avvicino a lui esponendogli il mio problema. Come è vero che nella vita non bisogna mai dare nulla per scontato! Lui estrae subito dalla tasca una carta telefonica, di quelle che usavano soprattutto gli stranieri per telefonare all’estero ma anche in Italia, con tanti numeri da digitare prima di ricevere la linea. Non so quanto ringraziarlo, e poiché la cabina telefonica è alquanto distante, gli chiedo per correttezza se mi vuole seguire, ma lui mi tranquillizza dicendomi che mi aspetterà lì. Corro dunque a telefonare a mio figlio che, con tanta gioia reciproca, mi risponde. Con lui concordo il numero di biglietteria presso cui incontrarci. Restituisco la carta telefonica a questo giovane migrante e vorrei dargli qualcosa in danaro, ma quando faccio il gesto di prendere il portafoglio, lui mi ferma subito dicendomi che non vuole niente. Non mi resta che stringerli forte la mano e ringraziarlo tanto! Per l’emozione e il desiderio di correre subito da mio figlio, non mi viene purtroppo in mente di chiedergli un indirizzo presso cui poterlo contattare. Qualche persona, al termine di questo racconto, potrebbe dirmi che quello non era un migrante ma un angelo. Sì, magari un angelo nero, come quello che si vorrebbe far dipingere in un altare da un pittore, nel brano cantato da Fausto Leali... e forse ha ragione!

FRANCESCO AGUGLIA


17 aprile 2019

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