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lunedì 25 ottobre 2021
 

Quelle cataratte umane sulla fede

Tempo fa mi è capitato di “litigare” con Dio. In verità il mio rapporto con Lui è stato sempre sofferto e conflittuale. Ma quella volta me ne erano successe troppe. Ho sentito troppe volte dirmi, per un evento ben riuscito o fortunoso o comunque positivo, «sia lodato Iddio» o «Dio vede e provvede». Di conseguenza il mio essere cristiano si è nutrito di un certo culto... dell’assistenzialismo, di una certa comoda abitudine al protezionismo divino. Un po’ come la pessima e laica concezione dello Stato onnipresente e che a tutto deve provvedere e tutto proteggere. In questa luce – alquanto tenue – un evento negativo, un accidente qualsiasi, un attimo di sconforto mi hanno fatto sempre pensare a Lui, innescando una certa conflittualità. Non sono troppo d’accordo con Hemingway là dove sostiene che «quando si è vinti si diventa cristiani». La fede credo abbia bisogno di vittorie come di sconfitte, necessità di alimentarsi di mistero ma anche di ragione, di guardare all’aldilà ma anche di pascolare nell’aldiquà. Un fiore che si schiude o un tramonto che si spegne, una gioia che s’infiamma, una nuvola che si squarcia, una vittoria della scienza e la disarmante ineludibilità di un cataclisma, riescono attimo per attimo a dare il segno di una presenza e la presenza di una certezza. Inasprito dalla lunga assenza di quel segno – che la mia presbiopia non riusciva a scrutare: forse è tutto qui il problema! – io ho tentato di vivere un po’ da... single. Da ateo. Senza riuscirvi. Perché se è vero che il credere porta in sé il fermento del dubbio, il non credere ha come sua ombra insopprimibile la disperazione. Il disagio è interiore, con una cremazione progressiva dell’animo che brucia valori, riferimenti, appigli, tensioni e ideali. Ma il disagio è anche più palpabile, fisico, e ci si sente solo corpi artigliati dalla tensione, organi in conflittualità con sé stessi, in un perenne attrito che sfianca; lottatori senza tregua, ricercatori del nulla, podisti senza meta. T’accorgi così che la condanna era già nella tua scelta. E ti abbandoni al ritorno, che può pure apparirti vile e utilitaristico come un ripiego, curativo come una flebo. Ma che al di là di ogni sensazione esprime la voce di un richiamo e proietta la luce di una presenza. Di quella presenza su cui – temporaneamente – erano calate le cataratte della mia debolezza umana.

EDGARDO GRILLO


16 dicembre 2018

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