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Giornalista e docente di Teoria e tecnica dei media all'Università Cattolica

"Report" non fa sconti ai potenti

Milena Gabanelli e la sua squadra colpiscono ancora. Un’altra inchiesta di “Report” (Rai 3, lunedì ore 21.05) ha generato uno scossone politico e, forse, pure giudiziario. Il servizio di Sigfrido Ranucci trasmesso nella puntata del 7 aprile sulle frequentazioni del sindaco di Verona Flavio Tosi ha lasciato il segno, se è vero che – prima ancora di andare in onda – il video di Ranucci ha provocato le dimissioni di un assessore della Giunta Tosi e ripetuti interventi dello stesso Tosi per impedire la diffusione del video, evidentemente ritenuto compromettente.
Pare che su alcune vicende raccontate nella trasmissione di Rai 3 sia già stata aperta un’inchiesta della Procura di Milano. E, stando sempre al filmato mandato in onda lunedì scorso, pare che trovi conferma e riscontro l’annoso problema del perverso intreccio fra politica e affari (sporchi). Al dispetto e spregio del pubblico interesse a cui ogni eletto, a qualunque livello, dovrebbe essere sempre e comunque vincolato per mandato. 

Non è la prima volta che il team capitanato dalla pugnace giornalista porta allo scoperto  situazioni “scomode” che hanno per protagonisti leader politici o pubblici dirigenti. Probabilmente anche per questo, “Report” continua a occupare uno spazio di rilievo nel palinsesto di Rai 3 dall’ormai lontano 1997, quando fu proposto come una sorta di scommessa – vinta – verso un giornalismo capace di recuperare quel piglio investigativo che non dovrebbe mancare nel bagaglio di nessun professionista della comunicazione.

Milena Gabanelli ha iniziato la sua esperienza giornalistica a fine anni ’80 come inviata di “Speciale Mixer” di Giovanni Minoli, rivelandosi particolarmente efficace nei reportage di guerra. Sia lei che i suoi colleghi sono “free lance”, ovvero professionisti non dipendenti, pagati per ciascun servizio che realizzano. L’obiettivo dichiarato della squadra, consolidato nel corso degli anni, è “ottenere il massimo risultato giornalistico, nonostante i mezzi scarsi”. E forse proprio la scarsità di risorse alimenta la determinazione dei giornalisti nelle loro inchieste che, come si suol dire, non guardano in faccia nessuno.
La formula prediletta dagli inviati della trasmissione è quella classica: documenti e ricerche d’archivio forniscono gli elementi per avviare il riscontro dei fatti con i diretti interessati, chiamati a rendere conto pubblicamente dei loro comportamenti scorretti o addirittura delittuosi. Nonostante i potenti di turno abbiano puntualmente minacciato querele una volta smascherati nelle loro malefatte, pochissime sono le occasioni in cui “Report” ha dovuto risarcire qualcuno.

Uno dei principali meriti di questo programma è quello di aver trasferito sul piccolo schermo il formato dell’inchiesta di taglio economico, estendendola alla politica e all’attualità, rendendo così accessibili al largo pubblico degli spettatori gli intrighi e le trame che normalmente occupano le pagine specializzate dei quotidiani. È anche grazie a questa trasmissione che ci sentiamo un po’ meno esposti agli abusi del potere (se e quando, finalmente, vengono smascherati).
I giornalisti facciano i giornalisti, gli inquirenti facciano gli inquirenti e l’eventuale giudizio di merito sia lasciato – naturalmente – agli organi giudiziari preposti. Ma un po’ più di giornalismo d’inchiesta non guasterebbe sul piccolo schermo nostrano, ancora troppo spesso invischiato in un rapporto con la politica che in certi casi definire “compiacente” è un eufemismo.


09 aprile 2014

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