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Responsabile del desk Cultura e spettacoli

Meglio ricordare o dimenticare il passato? Il dilemma di Ishiguro

Rispetto alla memoria del passato, la nostra società ha un atteggiamento schizofrenico: se da una parte non c'è occasione pubblica in cui non venga ribadita la necessità di coltivare la coscienza di ciò che è accaduto, dall'altra il dibattito sui temi di attualità denuncia una sconfortante inconsapevolezza del passato. 

Quanto sia centrale il tema della memoria, ce lo ricorda un romanzo affascinante e appassionante, Il gigante sepolto (Einaudi), ultima prova di Kazuo Ishiguro, lo scrittore di origini giapponesi da tempo trapiantato in Inghilterra, autore dei bellissimi Quel che resta del giorno e Non lasciarmi. Un tema affrontato con la consueta raffinatezza e profondità, che non si affretta a ribadire - semplicisticamente - che ricordare, sempre e comunque, sia un bene.

Ishiguro spiazza i suoi lettori scegliendo, questa volta, il genere fantastico. Siamo ai tempi di re Artù, esattamente una generazione successiva a quella dominata dal re. Due anziani, Axl e Beatrice, decidono di raggiungere il loro figlio, che vive in un villaggio lontano. Perché se ne sia andato, non lo ricordano. Una fitta nebbia avvolge infatti non soltanto il paesaggio desolato di un'Inghilterra nella quale britanni e sassoni convivono in una pace apparente, ma anche la mente e i ricordi delle persone. Nessuno ricorda più nulla. 

Nel cammino, la coppia vivrà una serie infinita di avventure e disavventure, condensando in questo percorso i travagli di una vita in tera. Al termine della quale, ci attende un barcaiolo, per traghettarci in un'isola, dove ognuno vive da solo, come una monade chiusa agli altri. Soltanto a chi in vita si è veramente amato, e sa addurre come prova dei ricordi, viene concesso il privilegio di vivere su quell'isola in compagnia. 

È una delle tante scoperte fatte da Axl e Beatrice, che si imbattono, in un villaggio in cui vengono accolti per la notte, in un portentoso guerriero sassone, che si fa protettore di un ragazzo ferito dal morso di un orco e perciò reietto a causa della superstizione della gente. Il guerriero si affianca alla coppia, diretta a un monastero dove vive un monaco famoso per la sua saggezza. Prima di arrivare alla meta, il gruppo incontra il cavaliere Galvano, nipote di Artù, che si farà a sua volta compagno della comitiva. 

In fuga dal monastero, dove alcuni monaci in preda alla follia avevano chiamato i soldati del signore locale per uccidere il guerriero, la comitiva punta diretta alla tana del drago-femmina Querig: ha scoperto, infatti, che è a causa di un incantesimo operato sul drago che la nebbia dell'oblio è scesa sulla terra. Per un preciso progetto di re Artù:  far dimenticare ai britanni e soprattutto ai sassoni le stragi compiute per imporre la pace, la convivenza fra le due etnie. 

A questo punto diventa evidente che Galvano e il guerriero sassone sono portatori di due diversi visioni, due atteggiamenti opposti rispetto al tema della memoria. Galvano, servitore di Artù, difende il drago che provoca la smemoratezza, in quanto la considera condizione necessaria per mantenere la pace: se i sassoni ricordassero i massacri subiti, mai potrebbero accettare di vivere accanto ai britanni. Il guerriero, al contrario, ritiene che una pace fondata sull'oblio, sulla dimenticanza della verità (storica), sia falsa: perciò vuole uccidere il drago, restituire la memoria al suo popolo e dare inizio alla vendetta. 

Meglio una convivenza fondata sull'oblio della verità o lo svelamento di una verità che può dar adito a nuove violenze?

La questione si declina tanto sul piano storico delle nazioni e dei popoli, quanto in quello individuale ed esistenziale. Axl e Beatrice vogliono ricordare il loro passato come marito e moglie, sapere se si sono sempre amati, se si sono feriti, e scoprire perché il loro unico figlio se ne è andato. Risoluti entrambi a ricordare la memoria, esiteranno tuttavia all'ultimo sulla bontà di questa idea. Ma ad attenderli c'è un barcaiolo...

Scegliendo il genere fantastico e un'ambientazione medievale, Ishiguro riesce a elaborare una meditazione universale e attualissima sui temi della memoria e dell'oblio, del perdono e della pace. In un'intervista ha dichiarato, ad esempio, che la guerra e i massacri perpetrati in Bosnia sono tra le fonti di ispirazione di questa storia. Di nuovo: diamo più valore a una pace imposta o alla memoria, anche se può scatenare vendette? È autentica una pace fondata sull'oblio? Oppure è necessario passare attraverso un doloroso processo di assunzione del passato, al termine del quale solo un perdono consapevole può fondare un futuro senza odio? È possibile un perdono del genere? Dal piano storico-collettivo, le stesse domande possono essere calate nella dimensione delle relazioni personali, fra moglie e marito, fra amici, genitori e figli... 

Ogni popolo, ogni persona, ogni relazione cela in sé un gigante sepolto, una memoria incandescente e insidiosa. Come rapportarsi ad essa? Ignorarla per il quieto vivere o affrontarla coraggiosamente, con tutti i rischi del caso? Senza comprensione e perdono, quale consistenza ha una storia, una qualsiasi storia?

Un romanzo avvincente, con un finale infinitamente struggente...


10 dicembre 2015

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