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venerdì 28 febbraio 2020
 
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Vescovo di Noto

Sanremo, predica (immaginaria) di "don Fiorello"

Dal palco-pulpito di Sanremo, "don Fiorello" ci presta voce e gesti per la preziosa omelia nata dalle canzoni del Festival... (foto Ansa)
Dal palco-pulpito di Sanremo, "don Fiorello" ci presta voce e gesti per la preziosa omelia nata dalle canzoni del Festival... (foto Ansa)

Carissimo pubblico nazional popolare di Sanremo,

in queste sere siamo rimasti tutti "incollati" alla TV, perché, per noi, “Sanremo è Sanremo”. Molti non capiscono questo fenomeno antropologico strano. È probabile che qualcuno lo stia studiando dal punto di vista psico-dinamico, ponendosi la domanda: come è possibile che milioni di persone stiano davanti a uno schermo intere serate, fino a tarda notte, ad ascoltare "canzoni"? Non hanno proprio nulla da fare, invece che perdere tempo? Non devono andare a lavorare, il giorno dopo?

Beh! Forse il fatto che la disoccupazione giovanile è alle stelle, aiuta a far crescere lo share. Sarà anche perché dall’homo tecnologicus e scientifico si è passati all’homo incertus che cerca sicurezza nelle società della paura (V. Andreoli). Lo spettacolo distrae dalle ansie di una esistenza “incastrata” e senza prospettive di futuro. E poi oggigiorno – nel tempo del bombardamento delle informazioni - se non si ascoltano le canzoni si fa fatica a non pensare al coranavirus, il fantasma che si aggira nel mondo e in Europa e fa tanta paura.

Ora, però, è il momento della predica. Non è stato un caso che, sin dall’inizio, abbia indossato la tonaca di don Matteo (da bambino volevo farmi prete). La fiction non è ancora finita. È il momento di concentrarsi, per portare a casa qualche frutto buono. Perché di sicuro sono stati commessi molti errori di comunicazione, ma dobbiamo mettere a fuoco quanto di bello si è di certo annunciato: abbiamo parlato di noi, di chi siamo, delle nostre fragilità e dei nostri desideri di recupero e di riconciliazione. C’è tanto bisogno di pace, oggi. Troppa rissa dappertutto, troppe contese, troppe guerre. Troppo hatespeech (incoraggiamento all’odio sociale). C’è bisogno di perdono. Le critiche fanno bene anche quando fanno male, se sono critiche costruttive.

Avete sentito quel ragazzino di Faustini (25 anni): "e fa bene e fa male, ed è bene che ci faccia così male". Ma perché? "perché dentro quel rancore si può ancora perdonare". Ha centrato bene il tema: "sono stanco di riempire più lo stomaco del cuore". Chissà perché, dopo aver ascoltato questa canzone, mi è venuto in mente quel frammento di Eraclito: «la guerra è l’origine di tutte le cose» e poi, immediatamente, Emanuele Severino (morto a 90 anni da qualche giorno) che sosteneva pure lui il "viceversa": «le cose sono l’origine di tutte le guerre».

L’attaccamento alle "cose", al materialismo, uccide l’anima ed è alla base di ogni male personale e sociale. C’è allora bisogno di autenticità nei rapporti umani, di sincerità, di riconciliazione. E quell’altra ragazzina - Tecla di 16 anni - che sapientemente con 8 Marzo ci ha insegnato come "a volte un uomo non vuol dire essere umano / per tutto il sangue che è stato versato/ la violenza non ha giustificazione".

E per i credenti cattolici (ma per tutti) vorrei dirlo con le parole dell’amato papa Francesco, a cui con amorevolezza di figlio mi sono rivolto perché non interpretasse come blasfemia l’essermi vestito da prete: «Agire con violenza in nome di Dio è satanico». E, comunque, è di noi che si tratta: perché "siamo candele nella notte, questa è la verità" e la "vita è come un viaggio /siamo di passaggio".

Siamo anche "petali di vita che faranno un giorno la rivoluzione". C’è in gioco la nostra vita, il futuro dei nostri figli.  Anche quello del pianeta, a ben pensarci. La terra (gaia) rischia di morirci addosso, per lo sfruttamento sfrenato di chi cerca soltanto di arricchirsi, accumulando le cose e dilatando lo spazio/tempo della morte. Non ricordo il nome di quel poeta che ha sostenuto: "la morte si aggira sempre in mezzo a noi e ci spia attraverso la fessure delle cose". Sempre le "cose", il denaro, oggi più di ieri, generatore simbolico di tutti i valori: "questa è la radice di tutti i mali".

«D’altronde, quando apriamo il nostro cuore agli altri, affidando loro i nostri pensieri più intimi, non riusciamo spesso a trovare le parole giuste»
«D’altronde, quando apriamo il nostro cuore agli altri, affidando loro i nostri pensieri più intimi, non riusciamo spesso a trovare le parole giuste»

"Ma l’amore di normale non ha neanche le parole Parlano di pace e fanno la rivoluzione"

Parlare di noi non è affatto semplice. Se poi ci chiedono di essere veri e metterci a nudo, la situazione certamente si complica. Significa essere sinceri prima di tutto con noi stessi, scendere nel profondo delle nostre coscienze. È difficile guardarci dentro fino in fondo - laggiù nei meandri dell’anima -, parlare a viso aperto e senza sconti delle fragilità e delle contraddizioni: "forse adesso ti è chiaro mi sono dato il permesso/ di parlarti davvero e accettare me stesso" (Marco Masini)

D’altronde, quando apriamo il nostro cuore agli altri, affidando loro i nostri pensieri più intimi, non riusciamo spesso a trovare le parole giuste. Intendo le "nostre" parole, quelle che non vorremmo mai condividere, perché ci farebbero troppo soffrire. Sono parole incise in maniera indelebile sulla nostra pelle dallo scorrere del tempo, nell’alternarsi di diverse stagioni e di differenti colori non sempre accesi, anzi, spesso neri, come la pece dell’inferno di un quotidiano seriamente a rischio per la sopravvivenza di ciò che di umano è rimasto ancora in noi: "quanta poca umanità" … e però… "faccio un respiro profondo. Sono pronto a rischiare un po’ di più, un po’ di più... Vorrei essere vero" (Zarrillo).

Allora facciamo dire ad altri ciò che noi non riusciamo a esprimere, servendoci delle loro parole per riflettere sulle nostre esistenze, nel tentativo di trovare un senso e una direzione valida per il nostro vivere. Questa situazione emotiva di "rapimento interiore" volevo fosse il filo conduttore delle nostre serate. Qui la musica, intrisa di parole, gravide di significato, ha celebrato l’ossimoro della fragilità resistente dell’uomo, insieme all’amore, come unico possibile rimedio capace di dare valore al nostro essere e di garantirgli una preziosa e gioiosa flessibilità: "Sei come il sole ad est /Io lo so comunque vada /In questa vita complicata/ Ritornerò da te" (Alberto Urso).

Attenzione! Non l’Amore come s’intende di solito. Non l’Amore finzione, l’Amore sdolcinato e quasi surreale di una banale storia a lieto fine. No! È l’Amore autentico del non pretendere, del non desiderare ricompense, l’Amore capace di compassione, di perdono, di coraggio. L’Amore che è ricerca, sperimentazione, costruzione continua:

- "Ma l’amore non è solo un posto / è il tuo modo di fare/ Il cuore più grande dove ripararmi" (Giordana);

 fiducia nonostante le delusioni:

- "Che la vita è là fuori non è sempre a colori /ma una cosa è certa non le importa dei tuoi errori e crollare fa male /ma ritorna a sognare che un artista è un bambino che non vuole mollare non bisogna affogare in ciò che non sai fare" (Gassman); 

accoglienza e donazione:

- "Perché amarsi è respirare i tuoi respiri Stracciarsi via la pelle e volersela scambiare" (Tosca),

rivoluzione:

- "Ma l’amore di normale non ha neanche le parole Parlano di pace e fanno la rivoluzione Dittatori in testa e partigiani dentro al cuore Non c’è soluzione che non sia l’accettazione Di lasciarsi abbandonati all’emozione" (Gabbani).

L’amore non è tanto una relazione, ma piuttosto un relazionarsi.

«L’Amore è mutazione, e, come ogni cambiamento, produce sofferenza, perché è necessario lasciare le vecchie rassicuranti abitudini per il nuovo che è del tutto sconosciuto»
«L’Amore è mutazione, e, come ogni cambiamento, produce sofferenza, perché è necessario lasciare le vecchie rassicuranti abitudini per il nuovo che è del tutto sconosciuto»

"E ho imparato che i baci non mordono che gli abbracci più forti guariscono che la vita è uno spazio da conquistare finché te ne rimane e ho imparato persino ad amare anche se non è stato facile devi

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L’Amore, tuttavia, è sempre doloroso perché trasforma il nostro essere umani.

L’Amore è mutazione, e, come ogni cambiamento, produce sofferenza, perché è necessario lasciare le vecchie rassicuranti abitudini per il nuovo che è del tutto sconosciuto. È il passaggio dallo “stare in sé” alla dimensione senza limiti dell’essere “fuori di sé”, è l’estrema agonia dell’io che porta all’estasi della piena realizzazione dell’umano.

È lasciare cadere l’ego della sopraffazione e della violenza:

- "Tieni le mani in tasca tieni le mani in tasca che se le tiri fuori non fai la differenza" (Jessica Notaro e Antonio Maggio) -;

è sperimentare la difficoltà del vivere un quotidiano che ti vede sconfitto:

- "Solo tu sai quanto fa male sentirsi l’ultimo in una finale di artisti crollare così tante volte per poi svegliarsi di notte svegliarsi in un mare di lacrime" (Leo Gassman) -;

è subire l’ingiustizia e l’orrore del possesso distruttivo, patendo la desolazione della precarietà dell’esistenza:

- "È tardi, si spegne la candela È sempre troppo tardi Per chi non tornerà E io adesso farei qualsiasi cosa Per averti fra le braccia Per rivederti Perché se manchi tu manchi da morire"(Tosca),

ma, senza rinunciare alla dimensione della condivisione e del dono:

- "E ho imparato che i baci non mordono che gli abbracci più forti guariscono che la vita è uno spazio da conquistare finché te ne rimane e ho imparato persino ad amare anche se non è stato facile devi salvare la faccia e il cuore" (Jessica Notaro) -,

dell'apertura con fiducia alla vita:

- "Ma tu sei così e non ti devi arrabbiare per ciò che non sai fare per ciò che non sai dare perché per me tu lo sai vai bene così" - (Leo Gassman) -,

della speranza nell’oltre che ci salva; consapevoli che l’Amore non è un fenomeno che possa essere confinato ad una sola persona, bensì può essere tenuto a mano aperta e non nel pugno, perché non appena le mani si chiudono, sono vuote; non appena si aprono, invece, si riscopre l’appartenenza all'identità umana:

- "finché c'è fiato per dire basta /c'è ancora un fiore dopo una tempesta/ ma tu non devi scegliere tra la faccia e il cuore" (Jessica Notaro e Antonio Maggio) -,

 che significa mettersi al servizio del prossimo donando ciò che si ha, godendo nel condividere, senza riserve e senza limiti:

- "Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto /Io ti rispondo ho amato Ho amato tutto" (Tosca).

«La vita umana è bella e deve essere bella per tutti.»
«La vita umana è bella e deve essere bella per tutti.»

"Ci impegniamo senza pretendere che altri s’impegnino, con noi o per suo conto, come noi o in altro modo. Ci impegniamo senza giudicare..."

In quest’ottica, le parole di Faustini – "forse meritiamo quel dolore che ci fa star così male/ E poi bene, poi male ed è un bene che ci faccia così male/ perché dentro quel rancore si può ancora perdonare / perché andare fino in fondo è il miglior modo per riuscire finalmente a galleggiare" -, suggeriscono alle nostre coscienze uno strano pensiero, paradossale: soffrire nell’Amore non è invano. Non è futile la sofferenza. Al contrario, sembra interiormente collegata all’Amore. Non si può amare senza soffrire. Talvolta è dolore acuto incastrato nel fondo dell’anima. E il miracolo accade: perché invece d’essere motivo di abbattimento e di depressione, è fonte creativa di purificazione e liberazione dalla rabbia. Non c’è più spazio per il rancore che ci lascia sempre a girare nello stesso circolo vizioso della frustrazione e della solitudine -"Hai mai chiesto scusa con gli occhi io sì, però, in ritardo / e ti ho lasciato costruire un muro invece di una strada / ma se l’amore ha una data di scadenza allora consumiamolo prima che scada"-, dell’isolamento e dell’orgoglio che ci rende miopi nel riconoscere il bene degli altri -"Hai mai cercato un altro paio di occhi /Quello no, ma c’è ancora tempo /e che quando mi metto in gioco vengo eliminato ai supplementari /perché ho scoperto di avere il cuore miope e gli devo mettere gli occhiali"-  nella consapevolezza che occuparsi dell’altro, sia sempre un’occasione per diventare migliori (Io sto con Paolo). Perché gli esseri umani sono legati gli uni agli altri, in quanto la vita di ogni uomo è parte della nostra, in quanto ognuno di noi è tessera del mosaico solido e solidale della umanità bella. E quando si è accumulata una distanza pesante e un infinito silenzio alza barriere di incomunicabilità, è proprio l’amore che rende quel silenzio “innaturale" e “insopportabile" chiede all’altro di farsi sentire, di far umore (anche "se non lo so se mi fa bene /se il tuo rumore mi conviene"), perché "ho capito che per quanto io fugga/torno sempre da te" (Diodato).

Come diceva John Donne: «Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso». Perciò: «la morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te». Quando muore una persona nel mondo, a causa di una ingiustizia, è una perdita per l'umanità intera, lutto per tutti. Perdiamo vite che non abbiamo saputo "difendere" e "proteggere", permettendo che tutto ciò avvenga con triste e dolorosa indifferenza che ci trasforma in morti viventi – "Si muore pure restando in vita quando si resta indifferenti sembrano cose da telegiornale finché non saltano pure i denti i segni restano distintivi che per la vita mi porto dentro" (Jessica Notaro) -, lontani dal monito inascoltato che grida la sapienza del nostro cuore “sono uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. L’isolamento, l’allontanamento, l’odio, il rancore, il desiderio di vendetta, l’inimicizia, l’arroganza che porta alla sopraffazione, la discriminazione e il bullismo, sono “l’omicidio del cuore”, l’inferno del disamore. L’uomo è venuto al mondo per essere felice: «la felicità non è un privilegio, è un diritto/ non voglio essere una persona alterata dal male/ sono maniacalmente innamorato degli esseri umani/ da sempre dalla parte degli ultimi» (Tiziano Ferro). Pertanto l’interrogativo di Le Vibrazioni per il cammino della vita alla scoperta – “ho sete di stupore” -della propria umanità resta sempre lo stesso: “Dov’è/dov’è la gioia/ dov’è/ dov’è”? “E allora chiedi tutto basta che qualcuno mi risponda adesso/ dov’è la gioia

Ognuno di noi ha una responsabilità anche su cose che in apparenza ci sembrano lontane, o riguardare gli Altri.

Concludo, con le “parole vere” di don Primo Mazzolari, un prete di cui davvero avrei voluto indossare la talare nera: "Ci impegniamo senza pretendere che altri s’impegnino, con noi o per suo conto, come noi o in altro modo. Ci impegniamo senza giudicare chi non s’impegna, senza accusare chi non s’impegna, senza condannare chi non s’impegna, senza disimpegnarci perché altri non si impegna".

La vita umana è bella e deve essere bella per tutti. L’umanità che non è numero, non è entità straniera, ma, parte dell’identità di ognuno di noi. Perciò, si manifesta nella comunione, nell’unica direzione di destino, nell’esperienza dell’amore che accoglie, nella reciprocità che sana le ferite e ti risolleva dal malessere della solitudine: "Se dovessimo spiegare in pochissime parole / Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore /Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare /Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa" (Gabbani).

Scambiatevi ancora un segno di pace, datevi la pace e fate pace con tutti: “Che Dio vi benedica. Che Dio vi benedica” (Zucchero).

“Don” Fiorello

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11 febbraio 2020

 
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