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sabato 31 ottobre 2020
 

Si chiama Libia, vuol dire Egitto

Il generale Haftar (quarto da sinistra, con le mostrine rosse) in riunione con i suoi ufficiali (Reuters).
Il generale Haftar (quarto da sinistra, con le mostrine rosse) in riunione con i suoi ufficiali (Reuters).

In un torpido disinteresse generale si consuma la progressiva distruzione della Libia, che in questo momento ha: una guerra civile in corso; due Governi (quello filo-islamista di Tripoli guidato da Omar al Hassi e quello "moderato" insediato a Tobruk e guidato da Abdullah al Thinni) che si combattono; un generale ex fedelissimo di Gheddafi, Khalifa Belqasim Haftar, che dà le carte ed è il vero "uomo forte" della situazione. Più le tribù, i clan, i gruppi di interesse che cambiano fronte secondo necessità o convenienza.

Nel frattempo, la produzione di petrolio libica è crollata ai minimi storici (e per fortuna accade nel momento in cui il prezzo dell'oro nero è anch'esso ai minimi storici sui mercati mondiali), mentre è ai massimi il potere delle milizie petrolifere della Cirenaica, che ora combattono accanto al Governo di al Thinni ma qualche mese fa combattevano contro di esso per poter avere una fetta degli incassi.

Il fatto che ancora oggi il perno della distribuzione del potere in Libia sia un gheddafiano non pentito come il generale Haftar, con il suo seguito di ufficiali del vecchio esercito del dittatore, basta a dimostrare con quanta razionalità e preveggenza sia stata scatenata, nel 2011, la campagna per cacciare Gheddafi e far saltare un equilibrio perverso ma solido da decenni. In questo gran pasticcio si capisce una cosa sola: cresce il ruolo dell'Egitto dell'ex (ex?) generale Al Sisi come Paese fiduciario dell'Occidente nella lotta contro l'estremismo islamico e, in particolare, contro l'estremismo ispirato dai Fratelli Musulmani.

Al Sisi in Egitto ha schiacciato i Fratelli a colpi di legge marziale e in Libia fornisce armi, uomini e supporto al Governo di Tobruk perché possa difendersi da quello islamista di Tripoli. Si spiega anche così il sospirone di sollievo che mezzo mondo ha tirato quando Al Sisi ha tolto di mezzo, al Cairo, il presidente Morsi e il suo Governo di Fratelli Musulmani. Basta guardare una cartina per vedere che oggi l'Egitto, con la Libia della guerra civile a Ovest, Gaza e Israele a Est, e la Siria poco più in là verso Est, è la vera spina dorsale della stabilità del Maghreb e anche del Mashrek. Piacciano o non piacciano i generali e le loro rudi maniere.







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14 dicembre 2014

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