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lunedì 13 luglio 2020
 

Aleppo fatica a tornare alla speranza

Fra Ibrahim al-Sabbagh, 45 anni, francescano, parroco della chiesa di San Francesco ad Aleppo, padre guardiano del convento, vicario episcopale, ha vissuto i tre anni terribili della città assediata stando in ogni modo vicino alla comunità cristiana. Lo ha fatto anche da umile cronista, tenendo i contatti con il resto del mondo, per raccontare le mille sofferenze di questa parte di Siria. Nessuno come lui conosce i patimenti e le speranze della sua gente.
«Grazie alla tregua», dice padre Ibrahim, «le condizioni di vita sono un poco migliorate. L’acqua arriva con più continuità, anche se non in tutta la città. Così pure per l’energia elettrica. Ma l’emergenza resta ed è sempre drammatica. Noi francescani siamo in cinque e teniamo la porta sempre aperta, giorno e notte, perché a ogni ora arriva qualcuno che ha bisogno di aiuto. Proseguiamo la distribuzione dei pacchi con generi alimentari e di prima necessità, acquistati grazie alla raccolta fondi lanciata da Famiglia Cristiana e Fondazione Giovanni Paolo II, che sono un sostegno fondamentale per la vita di centinaia di famiglie. Assistiamo gli anziani, spesso rimasti soli e bloccati nei quartieri a rischio. Ispezioniamo le case danneggiate e avviamo i lavori di restauro. E poi ci sono le emergenze meno visibili ma non meno urgenti. Per esempio, sostenere decine di famiglie che in questi anni di guerra e disoccupazione non hanno potuto pagare l’affitto e rischiano di essere cacciate di casa. A loro provvediamo con assistenza legale e sostegno finanziario. Insomma, i fronti sono davvero tantissimi».

Dove la tregua ancora non si fa sentire?

«Nell’animo della gente. I bombardamenti ormai sono sporadici, ma i missili ancora cadono su alcuni quartieri, perché non tutti i gruppi dell’opposizione hanno siglato il cessate il fuoco. Quindi restare in strada è tuttora pericoloso. Le storie drammatiche sono ancora numerose, ad Aleppo, anche tra i cristiani».

Ce ne racconta una?

«Poco prima di Pasqua ho visitato in ospedale una mamma che, a causa di un razzo che ha colpito la sua casa, ha avuto gravi ferite al volto e ha perso un occhio. Avrà bisogno di molte cure e di diversi interventi chirurgici. Suo marito, invece, è rimasto traumatizzato ed è ricoverato in una clinica dove cercano di fargli superare lo shock. Il peggio, però, è che madre e padre ancora non sanno che nell’esplosione è morto il loro unico figlio, che aveva 15 anni. Con vicende come questa ad Aleppo abbiamo dovuto fare i conti per tre anni, giorno dopo giorno. E non è ancora finita. Per questo dicevo che la tregua ancora non ha effetti sull’animo delle persone. Chissà quando un così lungo periodo di sofferenza potrà essere davvero superato. Noi abbiamo incitato sempre tutti a non perdere la speranza, a non lasciarsi vincere dall’amarezza. La gente di Aleppo è stata coraggiosa e non ha perso la fede, ma le cicatrici sono veramente profonde».

Cicatrici e forse anche rancori. Come sono, ora, i rapporti con i musulmani?

«Ci sono segnali incoraggianti. Noi cerchiamo di aiutare tutti, ma non sono mancati i gesti di carità anche da parte dei musulmani: famiglie musulmane hanno ospitato famiglie cristiane che avevano perso la casa, o le hanno aiutate in situazioni di difficoltà. Purtroppo ci sono stati anche casi di musulmani che i cristiani consideravano buoni vicini o addirittura amici e che all’improvviso si sono rivelati intolleranti, fondamentalisti. Però la guerra ha cambiato un po’ tutti. Lo abbiamo constatato quando noi responsabili della Chiesa di Aleppo abbiamo incontrato le autorità islamiche della città. C’è più sincerità, direi anche coraggio, nei rapporti reciproci. Speriamo che questo germe possa dare frutti in futuro».

Lei ha aperto un Centro sociale in parrocchia per distribuire gli aiuti. E per le altre attività?

«Siamo contenti di poter dire che, nonostante la guerra, la parrocchia non ha mai interrotto il proprio servizio alla comunità. Anche se una bomba ha colpito la chiesa il giorno delle prime comunioni, anche se i razzi hanno tormentato il nostro quartiere. Ci siamo adattati, certamente non arresi. Sono proseguiti i corsi di catechismo per 200 bambini, i corsi prematrimoniali per i fidanzati, le Sante Messe sia nella parrocchia sia nelle due succursali. Abbiamo aperto la Porta Santa. A Pasqua abbiamo organizzato una piccola festa. Anche noi cristiani di Aleppo, in un certo senso, abbiamo camminato sulle acque. Grazie alla forza della nostra fede».


20 aprile 2016

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