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lunedì 23 novembre 2020
 

Siria, il coraggio delle madri di Aleppo

Non lasciamole sole - Dalla disponibilità di Famiglia Cristiana lo scorso Natale è nata la campagna “Cristiani in Siria”, che ha ricevuto un’accoglienza straordinaria da parte dei lettori. A tutti coloro che hanno scelto di sostenere le famiglie di Aleppo va il mio personale e affettuoso grazie, per aver voluto essere vicini affettivamente ed effettivamente in modo particolare ai nostri fratelli cristiani, che ogni giorno sperimentano il dramma dell’isolamento e della assenza di cibo, acqua, condizioni igieniche dignitose. Grazie ai lettori abbiamo potuto prenderci cura nei primi mesi dell’anno di tutte le 837 famiglie individuate arrivando ad assisterne materialmente 900. Le risorse al momento disponibili consentiranno di continuare ad aiutare per tutto il resto dell’Anno Santo la metà di queste famiglie, mentre a partire da aprile non ci sarà la possibilità di prestare assistenza alle restanti 450 famiglie. Per questo in occasione della Pasqua di Risurrezione dobbiamo sentirci più che mai un’unica famiglia: desidero fare nuovamente appello ai lettori per sostenere tutte le famiglie ancora in pericolo e garantire la loro sopravvivenza. Insieme con Famiglia Cristiana saremo al loro fianco fino a quando sarà necessario.

Monsignor Luciano Giovannetti, vescovo di Fiesole, 
presidente della Fondazione Giovanni Paolo II

La guerra, la fame, i figli: tra le madri coraggio di Aleppo

A Natale lanciammo con la Fondazione Giovanni Paolo II la campagna per aiutare i cristiani di Aleppo, città-simbolo del martirio della Siria in cinque anni di guerra civile. Sapevamo che i lettori di Famiglia Cristiana avrebbero mostrato tutta la loro sensibilità. Due cose, però, non potevamo proprio immaginarle. Che la vostra generosità sarebbe stata così grande. E che per Pasqua saremmo tornati a rivolgerci a voi, con la seconda fase della stessa campagna che parte proprio in questo numero e durerà fi•no alla Festa della mamma.
Dobbiamo ancora chiedervi una mano perché la guerra non finisce mai, i bisogni sono infiniti e se la tregua reggesse, come tutti speriamo, cambierebbero solo d’aspetto. E perché il numero delle famiglie che rischiano l’annientamento aumenta di giorno in giorno. Troverete più avanti, nella testimonianza di fra Toufic Bou Mehri, francescano della Custodia di Terra Santa, un primo resoconto di come vengono investiti i fondi raccolti nel periodo natalizio. Vogliamo invece spiegare questo termine che ci siamo dati, la Festa della mamma.
Perché vogliamo onorare le famiglie di Aleppo e in particolare le donne, le madri, che sono la spina dorsale della resistenza umana della città e della comunità cristiana. La società siriana, come tutte quelle del Medio Oriente, è patriarcale. Ma a tenere in piedi le famiglie, soprattutto nelle emergenze, sono le donne. A loro rendiamo omaggio, a loro mandiamo una testimonianza concreta del nostro sostegno.
Proveremo, in questi numeri, a raccontare un po’ delle loro storie. Storie di ordinario eroismo. Come quella di Nadia, mamma di tre fi•glie. La prima l’ha già resa nonna, le altre due vanno ancora a scuola. Suo marito ha perso il lavoro molto tempo fa, a causa della guerra. Così lei, oltre a mandare avanti la casa, ha dovuto darsi da fare per guadagnare, e per fortuna ha trovato un posto come cuoca. «Tutti i giorni devo camminare a lungo per andare al lavoro, anche se cadono i razzi ed è pericoloso stare in strada. E non è facile fare coraggio a mio marito, che si sente inutile e pian piano sta perdendo ogni speranza. Il momento peggiore, però, è venuto quando la nostra •figlia più piccola, Myriam, di 12 anni, si è ammalata. Nessuno riusciva a capire che cosa avesse: la pelle del cranio si squamava e cadeva, i capelli venivano via a ciocche. Abbiamo girato tutta Aleppo in cerca di un medico che si raccapezzasse, e a ogni visita Myriam era sempre più disperata».
«Alla •ne siamo riusciti a trovare una cura, uno dei medici ha capito che tutto dipendeva dall’inquinamento dell’acqua. Mia •figlia era stata colpita da un virus. Adesso va un po’ meglio, le cure cominciano a fare effetto, lei non è più depressa come prima. Allo stesso tempo, però, occupandoci di nostra figlia, abbiamo scoperto quanti bambini e giovani di Aleppo hanno problemi simili, causati da acqua e cibi sporchi, o dall’inquinamento dell’aria. Avremo bisogno di molto tempo per ripulirci da questa guerra».
Tutte le mamme di Aleppo lottano come tigri per tenere insieme le loro famiglie. Fra Firas, viceparroco della parrocchia di San Francesco, nel quartiere cristiano di Azizieh, ci ha fatto conoscere quella di Anna. Una famiglia, la sua, non ricca ma che riusciva a tirare avanti: direttrice di un centro catechistico lei, falegname il marito. Una •figlia piccola, Sarah, 6 anni, che cominciava ad andare a scuola. Proprio per lei Anna ha deciso di lasciare tutto. «Sarah era terrorizzata dalle esplosioni e dal rumore degli aerei, non dormiva più, non voleva più uscire, era sconvolta. Non ce la faceva più. Così abbiamo deciso di partire».
Anna e il marito vendono la casa e tutto ciò che possiedono per pagare il viaggio che li deve portare in Germania attraverso Turchia, Grecia e Italia. «Siamo •finiti nelle mani di traf•ficanti che ci hanno tolto tutto», racconta. «In Turchia hanno preteso una grande somma per il viaggio, poi ci hanno fatto aspettare molti giorni perché spendessimo là tutti i risparmi. Così, quando siamo sbarcati in Grecia su una scialuppa da venti posti su cui eravamo in quaranta, non avevamo più un soldo. Siamo rimasti lì cinque mesi. In attesa del permesso di soggiorno io ho fatto la badante di persone anziane, mio marito di tutto. Non voglio ripensare alle condizioni in cui abbiamo vissuto. Avevamo un unico pensiero: portare Sarah in un Paese senza bombe e senza violenza. Siamo infi•ne riusciti ad arrivare in Germania, ci stiamo ambientando. Ma non possiamo non chiederci: ora la tregua tiene, forse ci sarà la pace. Abbiamo fatto bene a lasciare Aleppo, a rinunciare alla nostra vita?». Come dice padre Firas, la gente di Aleppo è bombardata non solo dai missili ma anche dalle domande. Questa nostra campagna ha proprio questo obiettivo: non rispondere ma far loro sentire che una risposta può arrivare.


09 aprile 2016

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