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venerdì 24 marzo 2023
 

Sono delusa: è morto mio fratello, ma il prete non ha saputo consolarmi

Ho 77 anni e mi sono trovata al capezzale di mio fratello morente. Era malato di cancro, soffriva di atroci dolori, ma è sempre stato cosciente, fino alla fine. Ho avuto però una grossa delusione. Ho constatato che quando sei un malato terminale diventi solo un numero, sei abbandonato da tutti: tanto stai per morire. Chiedi un dottore e il personale infermieristico ti risponde che sta riposando perché è di turno la notte. Chiedi l’ossigeno e ti dicono che tanto non serve più: sta già per morire. Chiedi un prete per l’estrema unzione, ma il cappellano dorme e ha il cellulare spento.

Mio fratello è morto fra le braccia dei suoi quattro fratelli. Noi nel dolore pregavamo per lui, invocando la Madonna e l’aiuto di Madre Teresa, perché Dio venisse a prenderlo nella sua misericordia. Noi fratelli gli abbiamo chiuso gli occhi e fatto il segno della croce, lo abbiamo unto con l’olio della Madonna di Loreto. Abbiamo fatto quello che doveva fare un prete. Il giorno dell’esposizione della salma per la sepoltura ho mandato mio nipote dal parroco perché venisse all’ospedale a dargli almeno una benedizione. Ci ha risposto che non serviva, perché tanto passava il cappellano tutte le mattine. Lo stesso con il cellulare spento.

Io sono cresciuta in un piccolo paese del Veneto. In famiglia eravamo in 32, si lavorava la terra a mezzadria, si recitava il Rosario alla sera in stalla, si osservavano il digiuno, le novene e tutti i precetti della Chiesa. Eppure mi è toccato di veder morire mio fratello senza un prete, senza una benedizione, se non quella detta da noi, gente comune. Ho avuto una grande delusione. È stato l’Anno della misericordia, ma non per la mia famiglia. Scrivo queste righe non per sentimi meglio, né per sentirmi dire che tanto mio fratello è in paradiso. Io lo so dov’è, so che prega per tutti noi. Ho visto la partecipazione dei suoi amici, so il bene che ha compiuto nei confronti degli altri. In tanti sono venuti a farci le condoglianze. Tranne il prete. Da lui neanche una parola di consolazione. Vorrei che pubblicasse queste righe come monito per i preti, i medici e i paramedici, perché altri non provino il dolore e la delusione che ho provato io.

LETTERA FIRMATA

Carissima, la tua lettera mi ha commosso e indignato. Hai ragione: qualche volta succede che il personale ospedaliero non svolga il proprio servizio con la necessaria umanità e tratti le persone come dei numeri. Magari la causa è lo stress, l’eccesso di lavoro, gli orari impossibili. Ma un sorriso, una piccola attenzione, una gesto di sollecitudine verso i malati e i loro parenti (anche quando diventassero noiosi) vale più di tante medicine. A maggior ragione tutto questo è importante per un prete. Il suo non è un lavoro qualsiasi, è un ministero, cioè un servizio, che rende presente Cristo in mezzo al popolo. Anche in questo caso le giusticazioni possono essere tante, ma non bastano: la gente ha bisogno di vicinanza, di consolazione, di premura. Altrimenti il Vangelo che predichiamo è solo una facciata e non la buona notizia dell’amore di Dio.

Le tue parole, però, mi hanno anche commosso, pensando a voi attorno al capezzale del vostro fratello morente, uniti nella preghiera e nei gesti della fede. Dio era presente con la sua misericordia per tramite vostro e davvero ha accolto il vostro fratello tra le sue braccia. Vi ricordo tutti nella preghiera.


02 febbraio 2017

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