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domenica 17 ottobre 2021
 

Start up e ulivi, l'esperimento Israele

I grattacieli di Tel Aviv (Reuters).
I grattacieli di Tel Aviv (Reuters).

Da Tel Aviv

Tornare in Israele, oltre che un piacere, è sempre un'avventura multiforme. Perché si arriva contemporaneamente in Medio Oriente, in Terra Santa e in un Paese che resta, anche a tanti anni dalla fondazione dello Stato ebraico (1948), uno straordinario esperimento di ingegneria politica e sociale. Figuriamoci ora, dopo questa ennesima guerra con i palestinesi di Gaza, una delle più sanguinose ma anche una delle più "approvate" dall'opinione pubblica israeliana.

Spero di non sembrare frivolo, soprattutto dopo questo riferimento, nell'accostare due fatti, meglio due sensazioni, che mi hanno colpito in questo nuovo arrivo. Da un lato, la Tv inondata di spot che esaltano la dimensione finanziaria internazionale di Israele. Grattacieli di vetro e acciaio, computer, frecce che tracciano rotte del denaro che vanno da una capitale all'altra in un baleno. E' l'esaltazione della "start up nation", il Paese delle start up, dal titolo di un libro diventato famoso, che spiega come abbia fatto questa nazione di 7,1 milioni di abitanti ad avere più nuove aziende nel settore tecnologico di Cina, India, Corea, Canada e Gran Bretagna e ad attirare trenta volte più "venture capital" per persona dell'Europa.

C'è lo spot di una banca, in Tv, che dice tutto, anche di quanto son cambiati i tempi pure qui. Un ragazzotto gira per Tel Aviv con una maglietta con su scritto: "Ho fatto la aliya (la "salita" in Israele, il trasferimento o ritorno nella terra dei padri, n.d.r) e tutto quello che ho ottenuto è questa stupida maglietta". Poi il ragazzo arriva in un ufficio, siede a una scrivania e sul retro della maglietta si vede la scritta: "Oltre a 250 mila diversi tipi di prestiti per affari".

Nello stesso tempo i giornali (quelli di qui, perché i nostri fanno finta di niente) annunciano che Israele si appresta a espropriare ai palestinesi altri 400 ettari di terra nella zona di Hebron, come "risposta" al rapimento e uccisione dei tre ragazzi israeliani che avvenne proprio da quelle parti. Una rappresaglia che colpirà centinaia di famiglie che con quel delitto non ebbero nulla a che fare, visto che tra l'altro le autorità israeliane dissero subito i nomi dei due presunti colpevoli, peraltro mai arrestati. Una scusa come un'altra per portar via un altro po' di terra, e ovviamente creare un altro po' di rancori..

Così ecco le due facce di un Paese che con un occhio guarda al mondo e con l'altro è disperatamente proteso nella caccia a qualche campo o a qualche uliveto di vicini assai più deboli e miseri. L'esperimento, come si vede, è lungi dall'essere concluso.

Questi e altri temi di esteri anche su fulvioscaglione.com

02 settembre 2014

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