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martedì 09 agosto 2022
 
Le regole del gioco Aggiornamenti rss Elisa Chiari
Giornalista

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi

«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere». Giovanni Falcone ne aveva preso coscienza in vita e ne è stato la prova in morte.

Quello che non si può fare a meno di notare è che di questi tempi la solitudine istituzionale dei magistrati esposti a causa della loro attività, in Sicilia, a Napoli, a Reggio Calabria, a Milano, a Torino, è mediamente aumentata. La goccia della denigrazione quotidiana ha scavato la pietra nell’immaginario della gente.

E se è vero che nessuna categoria, nemmeno la magistratura, può essere difesa in blocco e che la critica – purché costruttiva e non strumentale – accresce la democrazia, è altrettanto vero che, di questi tempi, si avverte attorno alla magistratura un’insofferenza che non si cura con la solidarietà di un giorno e che deve far riflettere.

A maggior ragione, ogni volta che, come oggi con le minacce di Riina a Nino Di Matteo, una notizia accende un riflettore su intimidazioni concrete non possiamo, come Paese, non  ripensare alle parole di Falcone e al pericolo di sottovalutare, con altri, il rischio del fossato di solitudine che si era scavato attorno a lui.

Anche perché i magistrati minacciati di morte non sono cosa da Paese civile. (E nemmeno i giornalisti, i sindaci, i calciatori per la verità).  Tanto più che, troppe volte, alle parole sono seguiti i fatti.  


13 novembre 2013

 
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