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venerdì 18 settembre 2020
 
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Telemaco non si sbagliava

Pubblichiamo in anteprima sul nostro blog l’introduzione del libro di don Luigi Maria Epicoco Telemaco non si sbagliava (Edizioni San Paolo) in allegato al numero 17 di Famiglia Cristiana

PROLOGO

La giovinezza è una malattia?

Questa domanda potrebbe farci sorridere ma, in realtà, nel mondo contemporaneo il modo che abbiamo di approcciarci alla giovinezza è esattamente lo stesso che abbiamo quando ci approcciamo a una malattia. Perché la giovinezza è percepita come un tempo di crisi che deve essere curato. Noi non riusciamo a comprendere, invece, che la giovinezza è tale proprio perché, in chiave simbolica, la sua crisi rappresenta esattamente che cosa sia la vita stessa. Curare la crisi della giovinezza significa morire. Perché la vita stessa è la crisi rappresentata dalla giovinezza o, semplicemente, non è vita.

Poiché la crisi della giovinezza è tensione, è precarietà. Ma è la precarietà di un cammino. È un percorso, è qualcosa che si manifesta il più delle volte con la mancanza di certezze, con la mancanza di risposte, con l’inquietudine della domanda. Ed è esattamente lì che noi sperimentiamo che cosa siano davvero la giovinezza e la vita. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta avviene appunto attraverso la giovinezza. Essa diventa quindi il momento attraverso cui ci testiamo e cominciamo a scoprirci. È il tempo in cui verifichiamo davvero che cos’è la debolezza, in cui mettiamo alla prova i nostri limiti. Tutto diventa un’immensa domanda su noi stessi: chi sono io veramente? Non riteniamo più interessante sapere chi sono gli altri, o conoscere tutto del mondo che ci circonda. Il nostro sguardo scopre il mistero di noi stessi: se siamo amati, se c’è qualcuno che renda affidabile la nostra vita.

La vita, nella giovinezza, comincia a trafiggerci; e gli altri, con gli innamoramenti, con gli odi, nei rapporti che prima erano significativi, cominciano man mano a diventare qualcosa di infinitamente problematico. Tutto è complesso, perché tutto rimanda a me, a questo grande mistero, alla grande incognita che sono io. Nessuno di noi può sfuggire a tale esperienza, a questa discesa agli inferi, a questo bagno di realismo, a questa mancanza di poesia. Perché, se è vero che è proprio la giovinezza il tempo in cui noi sperimentiamo di più che cosa possa essere la poesia, che cosa possa essere il romanticismo della vita, è vero anche che quelli della giovinezza, molto spesso, sono sentimenti drammatici, dolorosi, sentimenti che ci fanno sperimentare l’angoscia, l’incomprensione.

Abbiamo molta paura del territorio ignoto che è la giovinezza: temiamo, ad esempio, di calarci nell’angoscia, di scendere in profondità in certe domande. La paura di fondo viene dalla certezza che non ci piacerà la risposta o che neppure esiste una risposta alla nostra domanda. E non sappiamo nemmeno se sia più drammatico vivere davanti a una risposta che non ci piace o coltivare in maniera latente dentro di noi la convinzione che non ne esista una. Che non esista una risposta grande come grande è la domanda che ci portiamo nel cuore e che sentiamo bruciarci dentro.

È proprio qui che si comprende che tipo di relazioni abbiamo avuto nella nostra vita: dal coraggio che abbiamo di affrontare la crisi della giovinezza, la crisi dell’incontro con la nostra debolezza, la crisi dell’incontro con la domanda su noi stessi. Da questo coraggio o dalla sua mancanza, comprendiamo se abbiamo avuto qualcuno che ci ha amato fino al punto da incoraggiarci ad attraversare questo territorio pericoloso, impervio ma necessario. La cosa paradossale viene dal fatto che, inizialmente, pensiamo di avere una gran voglia di fare questo viaggio e, per poterlo compiere, dobbiamo liberarci da tutto ciò che ci frena.

Quello che ci trattiene, solitamente, sono i nostri legami. Così pensiamo che, tranciandoli, saremo abbastanza liberi da fare il viaggio. Non ci rendiamo conto che, al contrario, sono proprio i legami ad aiutarci nel viaggio; così, a volte, nel tentativo di tagliare le relazioni intorno a noi, rendiamo anche impossibile il viaggio che ci attende. Allora la domanda di giovinezza si perverte, diventando una domanda che si rivolge al passato e non più al futuro. Una domanda che continua semplicemente ad analizzare quello che siamo stati, quello che abbiamo fatto, quello che abbiamo vissuto, quello che ci ha feriti, quello che ci ha resi ciò che siamo in questo momento: così che non c’è più una storia davanti a noi.

Tutta la nostra vita diventa un’immensa interpretazione del nostro passato. Credo che la radice della depressione contemporanea sia esattamente questo essere diventati ostaggio del passato. Il non riuscire più a volgere lo sguardo in avanti. La rabbia che coltiviamo dentro, verso chi eravamo prima, verso chi c’è stato prima, nella nostra vita... tutto diventa una gara a trovare il colpevole. La vita vale la pena se si trova un motivo per vivere, non un colpevole o un capro espiatorio a cui dare la colpa della propria infelicità. Dovremmo cercare ragioni per essere felici, non conservarci motivazioni così da constatare di essere infelici.

Per te gratuitamente un estratto del libro Telemaco non si sbagliava su www.famigliacristiana.it/chiesaviva


24 aprile 2020

 
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