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martedì 19 ottobre 2021
 
Libri, il buono e il cattivo Aggiornamenti rss Paolo Perazzolo
Responsabile del desk Cultura e spettacoli

Colnaghi, un magistrato cristiano in finale al Premio Campiello

Ho accolto con soddisfazione la notizia che nella cinquina dei candidati al Premio Campiello figura Giorgio Fontana, con il suo recente Morte di un uomo felice (Sellerio). Sorprende, positivamente, che un "ragazzo" del 1981 sappia riflettere, nella forma del romanzo, su questioni capitali e complesse come la giustizia, il suo rapporto con la compassione e i suoi limiti, la memoria, il dialogo fra padri e figli e fra generazioni (come aveva già fatto in Per legge superiore, sempre Sellerio)...

L'uomo felice a cui allude il titolo, il protagonista assoluto del romanzo, è il giudice Giacomo Colnaghi che, nell'estate del 1981 - sì, l'anno di nascita dell'autore - alla Procura di Milano indaga sulla fase più tarda, ma non per questo meno cruenta, del terrorismo. In particolare, Colnaghi sta cercando di identificare l'assassino di un medico molto in vista, esponente della Dc. Che sia un magistrato insolito, questo Colnaghi, lo capiamo fin dalle prime battute, quando, presenziando a un incontro dei famigliari della vittima,  deve rispondere alle domande incalzanti del figlio, che pretende giustizia e vendetta. Il discorso del magistrato è un vero manifesto politico e morale, in cui afferma: che suo compito è assicurare alla giustizia l'assassino, che nondimeno sa bene che ciò non potrà mai riparare il torto subito, che ci vuole un coraggio infinito per non cedere alla logica della vendetta... E aggiunge una cosa che, a noi, interessa molto: che sa che Dio, un giorno, rimetterà ogni cosa a posto e che è il suo essere cristiano a ispirargli le parole che ha appena pronunciato...

Colnaghi persegue con ogni mezzo e con abilità la giustizia umana, anche al prezzo di sacrificare gli affetti personali, nella piena consapevolezza, tuttavia, che essa è difettosa, deficitaria, come gli spiega una sera al freddo una professoressa di diritto in carrozzina (il dialogo fra i due è uno dei momenti più alti del romanzo, se non sul piano narrativo, su quello filosofico). La giustizia umana può arrivare fino a un certo punto, dare un ordine provvisorio alla società umana, ma non risolve alla radice i problemi da cui ogni ferita ad essa scaturisce. Per questo, una giustizia scissa dalla compassione resta limitata, incompiuta. Prima ancora che per elaborazione concettuale, Colnaghi lo sente istintivamente: infatti si sforza in continuazione di capire le ragioni di chi gli sta di fronte, dal tranviere che gli capita di incontrare per caso una sera nelle sue peregrinazioni in una Milano estiva agli amici, dai famigliari della vittima a.... ai terroristi: anche con loro il magistrato, destando sconcerto fra i colleghi, prova a instaurare un dialogo, cerca di capire. Ecco che prende forma l'idea che, fino a quando non si farà lo sforzo di capire le ragioni di chi ricorre alla violenza, fino a quando non si aprirà con costoro un dialogo, mai si risolverà la questione giustizia, mai si chiuderà la stagione del terrore. Attenzione: non c'è alcuna intenzione di giustificare il male commesso - e infatti Colnaghi condanna i terroristi - ma la coscienza che bisogna andare oltre...

In parallelo alla vicenda del magistrato, Fontana sviluppa quasi come una seconda voce la storia del padre Ernesto, morto quand'egli era ancora bambino in un'azione partigiana contro i nazisti. La storia che via via si dipana sembra corrispondere alla ricerca e alla ricostruzione che Colnaghi stesso ha elaborato nel tempo, per conoscere il destino del padre. Destino che, unendo generazioni separate dal tempo, accomuna in fondo padre e figlio.

E come Colnaghi-magistrato avverte il bisogno, che è esistenziale e storico insieme, di conoscere le circostanze in cui il padre trovò la morte, addentrandosi così nella stagione della Resistenza e nelle divisioni che lacerarono l'Italia di allora, così noi "figli" suoi, uomini di oggi, vorremmo finalmente capire il nostro passato prossimo, cioè che cosa fu il terrorismo, perché nacque e si manifestò con tanta violenza... E in fondo Giorgio Fontana - nato nel 1981, ricordiamo ancora una volta - è figlio del suo personaggio, è lui che interroga sugli anni di piombo, di sangue, di guerra civile che restano come un'ombra, un mistero irrisolto che continua a spurgare veleno sul presente... 

E le risposte che troviamo, sono tutte incise nella vita di questo "uomo felice", di questo bravo magistrato, profondamente cristiano, che mentre perseguiva la giustizia umana, tentava di comprendere le ragioni degli altri, convinto che solo così l'odio avrebbe ceduto il passo alla riconciliazione.


01 giugno 2014

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