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domenica 05 luglio 2020
 
Il grande libro del Creato Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

Un invito che risuona nelle piazze

La parabola è una delle forme espressive più care alle “lezioni” del rabbì Gesù di Nazaret ed è considerata come una delle attestazioni storiche più consistenti della sua parola. Gli studiosi si dividono nello stilarne l’elenco: c’è chi va da un minimo di 35 e chi si allarga fino a 72 e oltre, essendo talora fluidi i confini tra un paragone espanso e una parabola. In questa sorta di giardino di immagini proiettate a illustrare il Regno di Dio, cioè il progetto di giustizia, amore, salvezza che Dio vorrebbe attuare nella storia assieme all’uomo, noi ora ne selezioneremo due che presenteremo in due tappe.

Naturalmente la nostra scelta è condizionata dal tema della rubrica, la vocazione. Sappiamo che il cuore di questa esperienza radicale è in una chiamata che irrompe nella trama della vita quotidiana di una persona. Scorre, allora, davanti a noi il primo racconto di Gesù ove il tema della chiamata è quasi la filigrana narrativa, tant’è vero che la parabola è spesso intitolata “Gli invitati al banchetto nuziale” (Matteo 22,1-14; Luca 14,15-24).

Nelle case nobili di una città entrano i servi del re a recare l’invito ufficiale ad alcuni privilegiati per l’accesso alla cerimonia nuziale del figlio del sovrano. La reazione immediata è fredda («non volevano venire»). All’insistenza dei messaggeri il rifiuto si fa netto e in qualche caso aggressivo. Questa vicenda è quasi il primo quadro di un dittico di scene, un quadro oscuro che si tinge persino di sangue. All’accampare le scuse più banali, segno di superficialità e indifferenza (un impegno lavorativo o un affare da non perdere), si accostano, infatti, l’insulto e l’attacco fisico contro i servi del re.

In questa rappresentazione troviamo la storia di tante vocazioni dissolte a causa della superficialità, della perdita della scala dei valori, dell’egoismo, dell’indifferenza, del benessere. Ma la chiamata del re non si spegne. La voce dei suoi araldi risuona, allora, non più nei palazzi ma nelle piazze e nelle strade e convoca – secondo il testo di Luca – «poveri, storpi, ciechi e zoppi», così da colmare totalmente la sala del banchetto (14,21-23). È, questo, il quadro luminoso del nostro dittico: il Signore non si scoraggia di fronte al rifiuto dei primi e allarga le sue braccia alla folla degli ultimi della terra.

Infatti, come abbiamo sottolineato nell’ormai lungo viaggio alla ricerca delle vocazioni bibliche, spesso gli eletti sono figure secondarie, deboli, scartate dalla società. C’è, poi – sempre in Luca – una nota a prima vista sconcertante. Anche alcuni di questi emarginati oppongono resistenza, forse anche per vergogna: «Costringili a entrare», dice al suo messaggero il signore che invita (14,23). Non abbiamo forse detto che nella vocazione è sempre necessario l’incontro tra la chiamata divina e la libertà umana?

Che senso ha, allora, questo compelle intrare – come si ha nella versione latina dei Vangeli – frase divenuta proverbiale e talora adottata per imporre una norma contro la coscienza e la libertà personale? La risposta è ben diversa: la “forza” per spingere questi miseri ad accogliere la chiamata è solo l’espressione della grazia divina che trionfa sulle esitazioni, sulle impreparazioni e sui limiti delle persone, non è una violazione della loro coscienza, ma un sostegno nella loro scelta per aderire alla vocazione.


26 luglio 2018

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