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domenica 20 settembre 2020
 

Una grande campagna per aiutare le famiglie cristiane

«Il concetto e la parola “misericordia”, in arabo rahma, derivano dalla radice rahm che significa viscere, utero. Ogni atto di carità e di perdono che non fa nascere di nuovo, che non dona la vita, è un atto privo di misericordia». È un brano della lettera pastorale che monsignor Georges Abu Khazen, vicario apostolico di Aleppo dei latini, ha inviato ai fedeli per l’inizio del Giubileo della misericordia. In città è stata aperta una Porta Santa. E davvero, se c’è una comunità che dopo cinque anni di guerra aspetta di “nascere di nuovo”, questa è proprio quella di Aleppo.

La città martire della Siria è la casa di monsignor Abu Khazen, che vi ha lavorato come parroco di San Francesco e, da due anni, come vicario, cioè rappresentante del Papa. «Prima ad Aleppo c’erano 300 mila cristiani su meno di due milioni di abitanti. I cattolici, cioè latini, greci, armeni, siri, maroniti e caldei, formavano una comunità molto unita e vivace, con tante fraternità e congregazioni, e fedeli attivi e generosi. Non avevamo alcun problema, prima, a finanziare le opere di beneficenza, mai avuto bisogno di aiuti esterni. C’era persino una rete di medici che curavano gratis i malati bisognosi. Poi è arrivata la guerra…».

Prima e dopo, prima e dopo… Parole che nei discorsi di ogni siriano grondano dolore. «Aleppo», ricorda il vicario, «era la capitale economica della Siria. Ma è stata assediata, bombardata, colpita in ogni modo. Ancora oggi alcuni quartieri sono controllati dai ribelli. C’erano grandi fabbriche che davano lavoro a 3 mila operai, tra piccoli e grandi 42 mila impianti industriali o artigianali, di cui 35 mila ormai distrutti. Le milizie di Isis e Al Nusra hanno smontato i macchinari e li hanno venduti in Turchia, hanno saccheggiato le riserve di grano accumulate nei silos. Quel che non potevano portar via lo facevano saltare con l’esplosivo. Con l’assedio la gente ha perso il lavoro, con i combattimenti la casa e spesso la vita. Oggi una bombola di gas da cucina vale il salario di un mese. E sono arrivati anche profughi di altre zone: il Jesuit Relief Service è arrivato a distribuire 25 mila pasti al giorno, e tuttora sono più di 10 mila».

La gente di Aleppo ha cominciato ad andarsene…

«Sì, molti sono partiti. Prima i benestanti. Poi, pian piano, tanti altri. Anche cristiani».

E voi, religiosi e sacerdoti?

«Quando parli con un padre che non può dar da mangiare ai figli né garantire la loro sicurezza, è difficile dirgli “resta qui”. La Chiesa ha reagito rimanendo al proprio posto. Due vescovi e tre sacerdoti di Aleppo sono stati rapiti dai ribelli. La cattedrale maronita e quella greco-cattolica sono state distrutte, quelle dei siri e degli armeni danneggiate, la chiesa di San Francesco colpita da una bomba nel giorno delle prime comunioni, anche se per fortuna l’ordigno non è esploso. Ma siamo tutti lì. E la nostra è una presenza di aiuto alla popolazione».

Quali sono, oggi, i primi bisogni?

«I più pressanti sono quelli di base: cibo, vestiti, medicine. Combustibile per riscaldare le case. Ma ce ne sono altri, forse meno evidenti ma non meno insidiosi. L’acqua, per esempio, che manca anche per settimane. Per fortuna molte chiese, conventi e moschee hanno i pozzi, così possiamo soccorrere le famiglie. Abbiamo anche organizzato una rete di camioncini che girano a distribuire acqua, soprattutto agli anziani soli, ai quali installiamo in casa dei piccoli serbatoi. E la corrente elettrica, che c’è al massimo per un’ora e mezza al giorno, quando c’è. Quindi servono generatori, e il carburante per farli andare. Ci sono tre ospedali cristiani, ad Aleppo, di cui due cattolici, oberati di lavoro: sa che cosa vuol dire tenere in funzione strutture come quelle mentre manca l’acqua e la corrente? E poi ci sono i giovani…».

Avete iniziative specifiche?

«Tutte le confessioni cristiane sono mobilitate per loro. Provate a immaginare che cosa vuol dire, per un giovane, vivere per anni così: uscire in strada è pericoloso, devi star chiuso in casa ma non puoi far nulla perché manca la corrente, studi ma chissà dove perché la tua scuola è stata distrutta… E magari hai visto morire amici e compagni. Il tutto con l’Isis alle porte. Abbiamo organizzato dei centri catechistici per offrire ai giovani supporto spirituale e psicologico. E poi lavoriamo tanto con le scuole. In pratica, tutte le scuole private di Aleppo erano e sono cristiane. Ma ormai nessuno può pagare la retta, così cerchiamo di sostenerle perché i ragazzi possano comunque studiare in locali riscaldati e con insegnanti di valore. Attraverso l’istruzione e la cultura passa, oggi, tutta la loro speranza in un futuro migliore».

Lei ha citato le moschee. C’è collaborazione con i musulmani?

«Ci sono musulmani facoltosi che aiutano le mense dei Gesuiti, e molti musulmani poveri che ci vanno a mangiare. Il Waqf, la fondazione che gestisce i beni e le opere pie islamici, aveva una casa per orfani, anziani e disabili che si è trovata sulla linea del fuoco. Sono scappati e hanno trovato rifugio presso la Casa dello studente delle suore dorotee. La Casa è intitolata a Gesù Operaio ed è capitato che il muftì, arrivando in visita, si sentisse dire: eccellenza, forse ha sbagliato strada. E lui rispondesse: no, no, sono proprio nel posto giusto».


18 dicembre 2015

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