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giovedì 13 agosto 2020
 

V domenica di Pasqua - 10 maggio 2020

Il tempo pasquale ha come suo punto di arrivo il giorno di Pentecoste, una rinnovata effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ciascuno di noi, così come avvenne all’inizio dell’era cristiana. La lettura degli Atti degli Apostoli ci racconta di una Pentecoste particolare, cioè dopo la prima effusione e il dono delle lingue sugli apostoli, Luca, autore del racconto degli Atti, ci narra quella che viene comunemente definita la «Pentecoste dei pagani».

Si tratta dell’effusione dello Spirito Santo su di un centurione romano della coorte Italica, chiamato Cornelio, e su tutta la sua famiglia. Questo soldato pagano, dopo aver avuto una visione, aveva mandato a chiamare l’apostolo Pietro che lo aveva raggiunto presso la sua casa a Cesarea e, mentre l’apostolo stava annunciando la buona notizia della salvezza in Gesù, era disceso lo Spirito Santo anche su questa famiglia di pagani. Per l’apostolo Pietro, e per tutti coloro che lo avevano accompagnato, questo evento è fonte di grande stupore, dal momento che, secondo la loro visione, la salvezza era destinata solamente al popolo eletto.

Ma questo fatto apre ad una nuova e inedita possibilità, che Pietro esprime come una domanda, che ha già la sua risposta: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». Questo diventa l’inizio di una nuova direzione dell’annuncio missionario, cioè l’apertura ai pagani, così come lo Spirito aveva mostrato. È un esempio molto bello di come, molto spesso, le decisioni più importanti nella storia della Chiesa e del cristianesimo, non sono venute da scelte fatte a tavolino, ma dall’opera dello Spirito, che ha mostrato in quale direzione il cammino avrebbe dovuto proseguire.

Il Vangelo di oggi, da un certo punto di vista, conferma questa stessa visione, perché attraverso le parole del Signore Gesù, indica quale sia l’unica condizione per entrare in comunione con il Padre e con il Figlio: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Dunque l’amore per il Signore e l’osservanza della sua parola sono la condizione necessaria per chiunque voglia entrare nell’intimità di Dio, anzi saranno il Padre e il Figlio che verranno ad abitare, a «rimanere» presso colui che nell’amore ha accolto la parola del Signore.

In questa prospettiva l’inizio del vangelo di Giovanni, nel presentare l’incarnazione del Verbo, ci descrive qualcosa di analogo, cioè il suo prendere dimora in mezzo a noi. È un Dio che si è fatto vicino, che nell’opera dello Spirito renderà possibile una inabitazione, sarà in sostanza un principio interiore di luce e di fortezza, nella certezza non solo di poter amare il Signore, ma di essere da lui amati: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Attendiamo dunque il dono dello Spirito, sapendo che quel dono di luce e di fortezza abita già in noi dal giorno del nostro Battesimo e, in ogni celebrazione sacramentale, si rinnova in noi come fonte di amore e di bene.


07 maggio 2020

 
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