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mercoledì 28 febbraio 2024
 

VI Domenica del Tempo Ordinario (anno B) - 11 febbraio 2024

Il Dio che ha voluto toccarci per salvarci

 

Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Marco 1,40-42

 

«Se vuoi, puoi purificarmi!»: ecco la certezza del lebbroso protagonista del Vangelo di oggi (Marco 1,40-45), che «si fa incontro a Gesù», lo «chiama a gran voce e lo supplica in ginocchio», suscitando la «compassione» del Maestro. Per la preghiera confidente di quest’uomo Gesù è «commosso fino alle viscere»: è questo il significato letterale del verbo greco utilizzato dall’evangelista, che fa riferimento al grembo, evoca l’amore più puro e disinteressato, quello delle mamme, immagine che la Bibbia sceglie per descrivere la sollecitudine di Dio per ogni suo figlio, un amore che protegge, “copre”, “nasconde” e salva, indipendentemente dalla condizione delle singole persone; a questo amore, «che non cerca il proprio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza», siamo chiamati tutti, esortati dall’esempio di san Paolo (II lettura, 1Corinzi 10).

Il lebbroso è un uomo affetto da una malattia terribile, sfigurante e altamente contagiosa, e si trova collocato, a causa della sua condizione, pericolosa per gli altri, ai margini del mondo e fuori dalla società; è peraltro ritenuto impuro e portatore di peccato, sulla scorta di una convinzione tipica delle culture antiche che assegnano alla divinità il compito di “punire” il male commesso dagli uomini, del quale si riteneva rimanessero tracce nella genealogia, sino a far comparire nella discendenza gli effetti delle colpe degli antenati.

La Legge mosaica imponeva una serie di riti e di comportamenti ai lebbrosi, finalizzati in primo luogo a renderli riconoscibili in modo che le persone sane non si avvicinassero a loro e non ne venissero contagiate: così questi ammalati si ritrovavano non solo immersi nella sofferenza fisica, ma anche condannati a vivere nell’isolamento (cfr. I lettura, Levitico 13). Tuttavia, «non è bene che l’uomo sia solo» (Genesi 2,18): oggi, 11 febbraio, anniversario della prima apparizione di Maria Immacolata a Lourdes, la Chiesa celebra la XXXII Giornata mondiale del malato, e quest’anno il Papa ha ispirato il suo messaggio proprio a questo versetto della Genesi, invitando a «curare i malati curando le relazioni».

La solitudine, fin dal principio, è un male, un pericolo, una tentazione; la dimensione originaria e costitutiva dell’uomo, a immagine di Dio Trinità, è, in qualunque stato di vita, la chiamata a una relazione capace di dare senso all’umano, che sa accogliere, accompagnare, custodire e risanare l’altro, in ogni condizione dell’esistenza. Dio non è solo, ma è Amore e relazione di Persone; Egli non ci lascia soli: ha mandato suo Figlio, «l’Emmanuele» (Isaia 7,14; Matteo 1,23), Cristo-Dio, che è «con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,20), che «rivela pienamente l’uomo all’uomo» (Catechismo n. 1701). Dio non ci abbandona alla malattia, fisica o spirituale, non rimane lontano da noi, ma si avvicina a noi: si è incarnato con un corpo soggetto al dolore, alla malattia, alla morte per «toccarci» e «salvarci». È Lui che «toglie la nostra colpa e il nostro peccato» (Salmo 31, Responsorio): entrando nella Quaresima, il prossimo mercoledì “delle ceneri”, ritorniamo a Lui con tutto il cuore, come il lebbroso, e viviamo nella «gioia», certi che Egli voglia risanarci!


08 febbraio 2024

 
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