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martedì 29 settembre 2020
 

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 20 ottobre 2019

Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che [...] gli diceva: “Fammi giustizia”».

Luca 18,1-8

La prima lettura di questa domenica racconta una battaglia dell’esercito di Israele che si svolge in pianura, mentre Mosè prega sulla montagna. Se Mosè solleva le braccia in preghiera Israele vince, ma se le sue braccia cadono Israele inizia a perdere. Potremmo pensare che la preghiera si svolge sulla “montagna” mentre la vita si gioca in “pianura”. Impegnati nei conitti della vita, il rapporto con Dio sembra lontano, remoto, inutile. Abbiamo altro a cui pensare. Alle persone di preghiera, come le consacrate nei monasteri, vengono spesso rivolte domande del tipo: «Perché state qui invece di fare cose utili nel mondo?». Quanta ignoranza. Se non ci fossero persone come quelle sorelle che pregano la Chiesa sarebbe solo una Ong in più – come notava papa Francesco anni or sono (Udienza del 23 ottobre 2013). Ogni atto visibile ha un suo cuore invisibile. Se il mio ministero è proclamare il Vangelo, ho bisogno di varie cose nascoste tra le quali una Chiesa fatta di persone che pregano per me, che rendano la mia evangelizzazione il frutto di una comunione tra il visibile e l’invisibile, tra la preghiera e le opere, tra Dio e l’uomo, tra uno che parla di cose che condivide con fratelli e sorelle che incarnano quello che costui annuncia. Senza preghiera gli atti cristiani non hanno profondità. Come se una coppia di sposi potesse vivere la vita quotidiana e la sua prassi senza il segreto dell’intimità, senza una “clausura”, che è il loro dialogo, il loro unirsi, il loro accogliersi. Se trascureranno il segreto perderanno tutto il resto. Ma nell’intimità non si persevera se si perde il senso di quello che c’è in ballo. La vedova della parabola del Vangelo ha una domanda che la rende tenace: «Fammi giustizia contro il mio avversario!». Questa donna sa due cose: che gli spetta qualcosa e che ha un avversario. La preghiera resta viva se ci si ricorda che ci spetta di vivere una vita autentica, di avere lo Spirito Santo, se non dimentichiamo di essere nati per avere amore nel cuore e fare qualcosa di valido. NON CEDERE AL BANALE. Nella notte della Gmg del 2000 san Giovanni Paolo II continuò a ripetere la frase: «Voi non vi rassegnerete! ». Non rassegnarsi. Non cedere al banale. Infatti abbiamo un nemico: la mediocrità, il tirare a campare. L’abitudine al non amore. La storia del giudice pigro e della vedova persistente è la storia della nostra lotta interiore. Siamo poveri e vulnerabili come quella vedova, ma uno spirito nobile dentro di noi sa che la nostra esistenza non è un errore, che c’è tanto di importante in noi. Ma abbiamo anche uno spirito super- šciale, un giudice iniquo che vuole solo tirare a campare. In noi c’è battaglia tra il profondo e il superšciale. Tra il nobile e il banale. Si prega per non smarrire la nostra grandezza. Alla šne Gesù chiede: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Il Figlio dell’uomo viene a visitarci spesso, con grazie e tribolazioni. Quando viene, trova la fede in noi se non cediamo al nostro vero nemico, la mediocrità. Ci spetta ben altro.


18 ottobre 2019

 
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