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martedì 19 ottobre 2021
 

XXV Domenica del T.O. - Domenica 21 settembre 2014

Il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.
Matteo 20,1-16

BASTA UN SOLO PASSO PER ESSERE ACCOLTI DA DIO 

Per noi rimane un mistero l’atteggiamento del «padrone della vigna » che paga tutti i suoi lavoratori presi a giornata allo stesso modo: comincia dagli ultimi e dà loro la medesima ricompensa accordata ai primi, a quelli che hanno lavorato di più, sopportando «il peso della giornata e il caldo».

È inevitabile la domanda: chi e che cosa si nasconde in questo “padrone” così ingiusto secondo i nostri criteri umani? Gesù sta descrivendo il Regno di Dio ed è questo Regno che viene paragonato al «padrone di casa»…
Dunque: c’è una “casa” cui è annesso un “campo”; e l’una e l’altro sono proprietà di un “uomo” che cerca collaboratori per la sua vigna. La parabola parla di Dio che, presente nel mondo attraverso la persona del Figlio Gesù, sta chiamando gli uomini a salvezza, li sta raccogliendo e li invita a darsi da fare perché la sua vigna – il mondo che è suo – possa dargli quel frutto che desidera più di ogni altra cosa: che l’uomo entri in questa casa, comprenda e goda della generosità misericordiosa con cui il “padrone” lo mette al riparo dall’inerzia, dallo scoraggiamento, dal sentirsi impotente e dallo starsene con le mani in mano di fronte al mondo anziché dare forza e concretezza al Vangelo che salva.

I PUNTI ESSENZIALI.

All’inizio del suo racconto (Mt 5), l’evangelista ha elencato i punti essenziali cui attenersi se decidiamo di rispondere alla chiamata di Gesù divenendo suoi discepoli. Si tratta delle otto “beatitudini”, delle otto “istruzioni” che portano alla gioia piena quanti accettano di lavorare anzitutto su sé stessi perché il mondo possa essere “restituito” a Dio in tutto il suo splendore di giustizia e libertà, misericordia e pace…
Il Signore “ci prende a giornata” e fa di noi gli strumenti della sua grazia che libera e redime il mondo. Qui troviamo la spiegazione di quell’apparente ingiustizia secondo cui veniamo retribuiti: siamo “strumenti della grazia” che salva e non “uomini di fatica” che devono arrangiarsi a dare salvezza a questo mondo.

 Occorre allora, come per ogni parabola, trovare il filo conduttore che ci avvicina al pensiero che scaturisce dal cuore di Gesù: lui sa bene quanto ingiusto sarebbe, nelle vicende umane, un trattamento come quello descritto nel racconto evangelico. Così il paradosso di questa parabola, “l’ingiustizia” che non riusciamo a comprendere in termini retributivi, diventa non solo comprensibile, ma ci si presenta come l’oggetto più sperato dei nostri desideri: che i doni di Dio siano dati a tutti coloro che hanno mosso anche un solo passo verso la sua misericordia.

 L’insegnamento di Gesù risponde così al nostro desiderio di sapere se Dio è più abile nel misurare scrupolosamente quanto spetta a ciascuno di noi per l’impegno profuso a motivo del Vangelo, oppure è più abile nel perdonare e nel fare grazia a chi lo ha cercato e amato anche per poco tempo ma con il desiderio vivo di incontrarlo e con l’impegno di camminare anche a fatica e nel buio prima di sentirsi chiamato alla sua gioia.


18 settembre 2014

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