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venerdì 21 febbraio 2020
 

XXVI Settimana del Tempo ordinario (Anno C) - 29 settembre 2019

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco».

Luca 16,19-31

La nostra epoca è segnata dall’evoluzione tecnologica, con indubbie conseguenze positive, ma anche con gravi ripercussioni antropologiche. I bambini che crescono attaccati agli schermi dei tablet o degli smartphone subiscono, dicono gli studi, la repressione della funzione simbolica. In parole povere: avendo una massiccia fruizione di immagini – come mai è successo nella storia umana – non immaginano “in proprio” ma vengono asfaltati dalle immagini che ricevono. È un esempio, fra molti, di atrofizzazione. Questo grave tema vien fatto presente nel Vangelo di questa domenica, dove c’è un uomo, il ricco epulone, «che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti» senza rendersi conto di dove questa serie di soddisfazioni lo stiano portando. Anche noi, se iperalimentati di appagamenti, perdiamo consapevolezza delle conseguenze: il comfort, il piacere e l’estetica, ci possono rendere ciechi e sordi. La storia del povero Lazzaro è quella di qualcuno che vive circondato di persone che non lo vedono, i cui sensi non funzionano. È notevole il particolare, solo apparentemente insulso, dei cani che vanno a leccare le ferite: è l’atto della cura, che gli animali hanno intrapreso per questo povero ammasso di carne dolorante ignorata dagli uomini, ai quali i banchetti e la porpora hanno tolto l’umanità, i cani li superano in sensibilità… La prima lettura della liturgia di questa domenica è un brano di Amos che parla di “spensierati” – in ebraico il termine vuol dire “privi di problemi” – la cui orgia finisce male. Un tempo c’era l’infelice definizione di “scemi di guerra” – persone in condizione menomata a conseguenza dei traumi bellici. Oggi abbiamo gli “scemi di pace”, un esercito di persone, principalmente giovani e giovanissimi, privi di solidità per atrofizzazione da intontimento conseguente a benessere. È interessante la parola “imbecille”, che in sé deriva dal termine “imbelle”, ossia colui che non sa combattere.

L’ARTE DEL DISCERNIMENTO

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Non si tratta di riproporre un assurdo machismo, ma di capire dove portano le cose. Fra i primi rudimenti dell’arte del discernimento c’è la domanda: se faccio, penso, scelgo questo o quello, dove mi porterà? «Ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento » dice il ricco, dal suo esito infernale, al padre Abramo, per i suoi fratelli che camminano anch’essi per la strada dell’appagamento che porta all’autodistruzione. Abramo risponde: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti». È una risposta tragica: se i sensi non funzionano, non funzionano e basta. Neanche se appare Cristo risorto. Perché i sensi riprendano a funzionare bisogna usarli, de-atrofizzarli. La croce, il dolore e le scomodità spesso Dio ce li manda proprio perché apriamo gli occhi, riprendiamo ad ascoltare e torniamo in noi stessi. Così capiamo dove stiamo andando a finire, e cambiamo strada.


27 settembre 2019

 
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