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martedì 19 ottobre 2021
 

XXVII Domenica del T.O. - Domenica 5 ottobre 2014

«Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
Matteo 21,33-43

DIO CI CHIEDERA' CONTO DEI NOSTRI FRATELLI 

Non conosciamo (se non con rare eccezioni) come siano morti i profeti dell’Antico Testamento. È quanto accaduto diverse volte e anche ai tempi di Gesù, come per Giovanni il Battista. La parabola del Vangelo d’oggi lascia intendere che Gesù stesso, il «figlio» del «padrone della vigna», è consapevole che non gli sarà risparmiata la sorte dei profeti perseguitati. Così, letta dal versante umano, la storia della salvezza sembra essere tutt’altro che un corrispondere in pienezza all’amore di Dio verso l’umanità: questa, infatti, respinge e rifiuta di compiere il cammino assegnatole da tanta pazienza e misericordia da parte di Dio.

 La parabola racconta della cura appassionata per una vigna – simbolo del popolo di Israele – che viene piantata, attrezzata, difesa e posta in mani ritenute fidate. La realtà però si dimostra diversa da quanto sperato e gli affittuari si trasformano in esigenti padroni. Sì, dobbiamo vigilare perché non ci assalga lo spirito di orgoglio che ci persuade di essere gli autori di tutto il bene che c’è e di impadronircene gelosamente chiudendoci in noi stessi.

 Il racconto è preciso nel suo sviluppo: il terreno è di un uomo che ha fatto la fatica di piantarvi una vigna. Così, anche il mondo in cui viviamo non è opera nostra: esiste come creazione e quindi come dono di Dio all’umanità. È un dono grande, da custodire e conservare nella sua bellezza,ma anche da condurre a perfezione attraverso il nostro lavoro paziente e rispettoso.

L’apostolo Paolo ci dice che «la creazione» si aspetta qualcosa da noi: «È stata sottoposta alla fragilità nella speranza di essere liberata per entrare nella gloria dei figli di Dio… E anche noi aspettiamo l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati» (cfr. Romani 8,20 ss.).

SPERANZA CONDIVISA.

La creazione è fragile, ma Dio l’ha voluta assegnare a noi, suoi figli e vuole che essa sia in qualche modo coinvolta nella speranza di liberazione e di salvezza che noi tutti condividiamo. Dio, il creatore di tutto, il «padrone della vigna», ci ha assegnato un duplice compito: di custodire e coltivare la terra, da una parte, ma dall’altra e soprattutto di assumerci la gioiosa responsabilità di essere la sua vigna, il suo popolo e di lasciarci attrarre e guidare a lui, nella gloria della sua stessa vita.

 Alla fatica di custodire il creato fa riscontro un’avidità da parte di noi che molto sciupiamo dei doni di Dio. Egli ci chiederà conto della bellezza della terra e della gioia di tutti i suoi doni. In particolare ci chiederà conto di ciascuno dei suoi fratelli, di come abbiamo camminato insieme verso di lui, soprattutto di come abbiamo vissuto il grande dono di appartenergli e di essere oggetto della sua “gelosia d’amore”.

Gesù è tra gli “scartati” da Israele e da tutta l’umanità: «cacciato fuori dalla vigna» e messo a morte tra i profeti, trattato come «pietra di scarto» anche da noi oggi, ogni qual volta non corrispondiamo al suo Vangelo e non compiamo il nostro cammino personale ed ecclesiale di santità.


02 ottobre 2014

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