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giovedì 23 settembre 2021
 

XXVIII domenica del Tempo ordinario (Anno C) - 13 ottobre 2013

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Luca (17,11-19)

La fede che salva

San Luca struttura l’intero suo Vangelo come un lungo viaggio che Gesù compie verso la Città Santa, là dove abbraccerà la croce e, dall’alto di essa, si manifesterà al mondo come salvezza di ogni uomo. È in questo contesto che a Gesù «vennero incontro dieci lebbrosi», dieci peccatori. Sì, «peccatori » perché la lebbra era ritenuta castigo di Dio senza possibilità di remissione, tanto che un lebbroso guarito altro non poteva che ringraziare il Signore. Ne abbiamo una testimonianza nel secondo Libro dei Re, dove si racconta che Naaman, funzionario del re di Siria guarito dalla lebbra, «tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: “Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”» (2 Re 5,15). In realtà ci sono eventi che quasi costringono l’uomo a riconoscere la presenza di Dio e a vederne i frutti di bene.

Diciamo “quasi” perché l’uomo può sempre leggere la realtà nel profondo, senza farsi distrarre da tante cose esteriori ma andando al cuore dell’evento e così lasciarsi prendere dalla gioia per quanto di bello, di grande, di straordinario è accaduto. Ma è altrettanto vero che non poche volte l’uomo rischia di essere così distratto, pur vivendo immerso nell’opera di Dio, da non accorgersi che il bello, il grande, lo straordinario vengono proprio da lui, dal Signore: e sono per il nostro bene! I dieci lebbrosi iniziano il loro percorso di guarigione con una grande speranza in Gesù, tanto che lo invocano con una semplicità disarmante e una sconfinata intensità: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».

È una preghiera che già racchiude e sprigiona una professione di piena fiducia nel Signore Gesù. Ma a questo percorso, per nove dei lebbrosi, manca la conclusione, cioè il passaggio dalla fiducia, data forse per puro interesse, alla fede interpellata da quell’«Alzati e va’» che ha cambiato per sempre la vita e il destino di uno solo di essi. E questi – ci fa attenti l’evangelista – era un Samaritano fermatosi a pensare a quanto gli stava accadendo di insperato, quel giorno in cui, camminando lungo la sua via, incontrò il maestro Gesù cui rivolse una supplica, una richiesta di “pietà”, di misericordia e perdono, di guarigione e di vita nuova.

Era stato esaudito in tutto: aveva ottenuto misericordia e perdono poiché la lebbra era il segno del peccato che si portava addosso, aveva anche ricevuto vita nuova poiché la sua pelle era diventata fresca come quella di un bambino, era stato come creato di nuovo. Anche noi invochiamo il Signore nella Messa di oggi: lo vediamo in cammino verso Gerusalemme e lo supplichiamo di rinnovarci nel cuore e nella vita.

E Gesù tutti ci esaudisce dall’alto di E Gesù tutti ci esaudisce dall’alto di quella croce verso cui è incamminato; e noi, a nostra volta, gli rispondiamo con il nostro rendimento di grazie, entrando così in quella fede da cui scaturiscono dono e perdono immeritati ma del tutto certi e sicuri: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». È l’Eucaristia stessa a immetterci nel cammino di questo discepolo che ha riconosciuto il Signore e che da lui è stato reso libero. Qui è la nostra salvezza. E la nostra responsabilità.


09 ottobre 2013

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