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giovedì 23 settembre 2021
 

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - (ANNO C) 10 NOVEMBRE 2013

Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”». 
Luca 20,27-38

LA SPERANZA È AFFIDARCI ALL'AMORE DI DIO PER NOI 

Capita di incontrare persone che negano ciò in cui noi crediamo. Vivono bene e fanno del bene... ma se a queste persone si chiede conto di che cosa è la speranza, restano stupite della domanda e danno risposte molto più “facili” di quelle che portiamo noi nel cuore. Sperare è un’arte difficile, che implica l’andare oltre le nostre possibilità e la stessa ragione umana per sconfinare nelle possibilità del «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», nel Dio che chiama dal nulla una nazione, che dona la vita nella sterilità e mantiene le sue promesse per un popolo che da uno solo (Giacobbe-Israele) prende il nome...

A volte la speranza è persino contro l’evidenza dei fatti. In particolare può apparire difficile la speranza cristiana e può essere malintesa, non perché il Signore prometta poco, ma perché promette molto: promette la risurrezione e la vita eterna. Sfidati come siamo dal materialismo diffuso, che riesce a credere solo in ciò che vede, anche noi possiamo correre il rischio di rimanere dubbiosi.
A noi però è data una parola certa di Gesù che, di fronte ai Sadducei di cui ci dice il Vangelo di oggi, accetta la sfida del caso che gli viene sottoposto.

VERSO IL FUTURO CON CORAGGIO.

Il riferimento è al libro di Tobia al capitolo 7, dove si racconta di Tobia che raggiunge la Media per trovare alcuni suoi parenti e prendere in moglie Sara, la figlia di Raguele. Alla richiesta di poterla sposare si sente rispondere: «Voglio dirti con franchezza la verità. L’ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte in cui entravano da lei». Ci voleva non poco coraggio a essere l’ottavo marito! Tobia la sposa nella fiducia che il Signore li assista e «conceda la sua misericordia e la sua pace». Va incontro al suo futuro con il coraggio di chi sa di essere incamminato sulle vie del Dio che vince le paure umane, superando le povere attese di cui siamo capaci nella nostra mediocrità.

Tutta la Bibbia porta con sé questa certezza, sin dal primo giorno della creazione, da quando il Signore vince il nulla che ci spaventa e crea la bellezza di un mondo in cui l’uomo e Dio si parlano senza che la creatura abbia timore del Creatore e che questi si spaventi della libertà dell’uomo. Nelle Scritture troviamo le tracce di una certezza saldissima: il Signore «ci custodisce, da ora e per sempre» (Sal 121,8), al di là dei nostri timori e, dunque, al di là della paura più grande che ci portiamo nell’animo, la paura del nulla rappresentato dalla morte. Si può sperare in poco e vivere bene, ma si può anche “osare” la speranza che il Signore ci offre di vivere da “figli della risurrezione”.

Nella prospettiva della pienezza di senso per le nostre esistenze, osiamo così affidarci all’amore di Dio per noi, sue creature. Suoi figli! La speranza è così portata al suo vertice: diviene forma perfetta di amore là dove noi riconosciamo e non dimentichiamo mai di essere stati amati per primi. 


06 novembre 2013

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