C'è una città che non esiste più, o forse non è mai esistita davvero così come la ricordiamo. Una Milano di tram cigolanti all'alba, di cantine umide dov'era nata la satira più feroce d'Italia, di sale operatorie, di barboni con le scarpe da tennis, di ubriachi filosofi e operai che timbravano il cartellino alle sei di mattina. Era la Milano di Enzo Jannacci. Ed era, al tempo stesso, l'Italia intera: quella che non andava mai in televisione, che non finiva mai sulle prime pagine, che esisteva ai margini e che lui, medico, cantautore, cabarettista, attore e genio umanissimo, aveva deciso di mettere al centro di tutto. Di ogni canzone, di ogni sorriso storto, di ogni nota jazz strappata al silenzio.

Questa sera, giovedì 14 maggio alle 21.20 su Rai 5 (poi in replica su RaiPlay), andrà in onda il documentario "Enzo Jannacci – Vengo anch'io" di Giorgio Verdelli. Una pellicola che non è soltanto un omaggio postumo, non è la solita riverenza di circostanza che si tributa ai grandi quando non possono più rispondere. È qualcosa di più raro e prezioso: un incontro.

Il tram, Venezia e la voce che racconta se stessa

Ci si immerge, a bordo di un vecchio tram, in una Milano quasi senza tempo, grazie a un materiale di repertorio straordinario e spesso inedito, e a testimonianze prestigiose di amici e colleghi. La vera forza del documentario di Verdelli risiede in una scelta narrativa tanto semplice quanto potente: è lo stesso Enzo Jannacci a raccontarsi. Grazie a un sapiente lavoro di montaggio su un'intervista inedita rilasciata al regista nel 2005, la sua voce inconfondibile, con le sue pause, le sue inflessioni e la sua musicalità intrinseca, diventa il perno centrale della narrazione.

Jannacci ci parla delle sue collaborazioni storiche, dall'amicizia fraterna con Giorgio Gaber al sodalizio artistico con Dario Fo, che portò alla creazione di capolavori censurati come "Ho visto un re". Riviviamo l'incontro folgorante con Cochi & Renato, le serate nei cabaret milanesi, le avventure e le "disavventure" sui palchi di tutta Italia.

Il film fu presentato con grande successo alla 80ª Mostra del Cinema di Venezia, dove ricevette oltre dieci minuti di applausi, ed è stato candidato tra i migliori documentari sia ai David di Donatello sia ai Nastri d'Argento. Non male per un uomo che, da vivo, aveva sempre preferito le cantine ai palazzi.

Chi era davvero Enzo Jannacci

Bisogna dirlo senza troppi giri di parole, perché lui i giri di parole li detestava. Enzo Jannacci, scomparso nel 2013 all'età di 77 anni, ha navigato tra tanti generi diversi perché lui stesso era un "genere". La sua spiccata sensibilità, artistica e umana, si è tradotta negli anni in una costante invenzione linguistica e musicale che gli ha permesso di muoversi con maestria tra canzone d'autore e cabaret, rock'n'roll e jazz, teatro e cinema. Paolo Conte lo ha definito "il più grande cantautore italiano". Non è un giudizio di circostanza. È una sentenza.

A Milano, dire Enzo Jannacci non significa soltanto nominare un cantante. Significa tirare in ballo un pezzo intero di città: barboni coi "scarp del tennis", operai alle sei del mattino, bar di periferia, cabaret, ospedali, sale operatorie, treni all'alba. Tutto tenuto insieme da uno sguardo ironico e tenero che nessuno ha mai più avuto.

La sua doppia vita, il camice bianco e il microfono, non era una contraddizione. Era la coerenza più profonda. Jannacci fu contemporaneamente medico chirurgo e cardiologo, e cantautore e cabarettista. Ha lavorato in ospedale e come medico di base mentre incideva dischi e faceva teatro. Questa doppia anima, quella del chirurgo e quella dell'artista, è la chiave per comprendere la sua profonda sensibilità verso gli "ultimi", i dimenticati, gli esclusi che popolano le sue canzoni. Non scriveva di poveri perché era buono. Li conosceva. Li visitava. Li ascoltava. Li rimetteva in piedi, col bisturi o con una rima.

Enzo Jannacci (d) e il figlio Paolo durante la registrazione dello speciale di \\\"Che tempo che fa\\\" che gli e' stato dedicato in onda lunedi' 19 alle 21.10 su Rai3, che riporta Jannacci in tv dopo un lungo periodo di assenza. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Enzo Jannacci (d) e il figlio Paolo durante la registrazione dello speciale di \\\"Che tempo che fa\\\" che gli e' stato dedicato in onda lunedi' 19 alle 21.10 su Rai3, che riporta Jannacci in tv dopo un lungo periodo di assenza. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Enzo Jannacci (a destra) e il figlio Paolo durante la registrazione dello speciale di "Che tempo che fa" che gli e' stato dedicato in onda lunedi' 19 alle 21.10 su Rai3, che riporta Jannacci in tv dopo un lungo periodo di assenza. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO (ANSA)

Il coro dei testimoni

Nel film sfilano volti e voci che coprono decenni di storia italiana dello spettacolo. A raccontare le peculiarità di questo straordinario protagonista ci sono cantanti, attori e artisti di ogni epoca: da Diego Abatantuono a J-Ax, da Cochi e Renato a Vasco Rossi, ma anche Giorgio Gaber, Paolo Conte, Ligabue, Nino Frassica, Francesco Gabbani e tanti altri. E ancora l'omaggio affettuoso di J-Ax, i ricordi di Claudio Bisio, Dori Ghezzi, Dalia Gaberscik, del fotografo Guido Harari e di Fabio Treves, ma anche gli attestati di profonda stima di Valerio Lundini ed Elio, autore anche di uno spettacolo teatrale su Jannacci.

Il racconto più intimo e struggente, però, è quello del figlio Paolo davanti al pianoforte del padre. Paolo non è solo un testimone, ma un collaboratore attivo del film: ha messo a disposizione l'archivio personale e ha realizzato nuove versioni strumentali di brani iconici come "Vengo anch'io" e "Lettera da lontano". Le sue parole e la sua musica offrono una chiave di lettura privilegiata per comprendere la dimensione privata di Enzo, il rapporto padre-figlio, e l'eredità umana prima ancora che artistica.

L'eredità più grande: una casa per chi non ha casa

Ci sono artisti che lasciano canzoni. Ci sono artisti che lasciano qualcosa di più difficile da misurare: un modo di guardare il mondo, un'abitudine alla pietà, una forma di attenzione verso chi il mondo preferisce non vedere. Enzo Jannacci appartiene a questa seconda categoria.

La Casa dell'Accoglienza "Enzo Jannacci" è la più grande struttura di accoglienza di natura pubblica d'Europa. È intitolata alla memoria del cantautore milanese che ha raccontato, nei suoi testi, le storie degli ultimi. Si trova a viale Ortles 69, a Milano. Dal 2014 porta il suo nome. Offre accoglienza temporanea a persone adulte in difficoltà, in grave stato di bisogno, prive di dimora e senza mezzi economici per procurarsela.

Lo storico dormitorio pubblico si è negli anni trasformato in un centro di accoglienza all'interno del quale gli ospiti possono usufruire di un percorso personalizzato verso l'autonomia. Oggi ospita 563 persone: 262 adulti soli, 281 componenti di nuclei familiari, 20 minori stranieri non accompagnati.

La struttura è intitolata al cantautore milanese perché, durante la sua vita, si è occupato delle persone senza dimora sia nei testi delle canzoni che nelle attività di impegno civile e sociale. Non c'è altro da aggiungere. La spiegazione è tutta lì, e vale più di qualsiasi cerimonia.

Nel 2025, dentro quella struttura, nascono progetti molto particolari: una Audioteca per il ristoro emotivo studiata dal musicista Franco Mussida, laboratori, mostre, eventi durante la Milano Civil Week, persino un salone sociale dove chi è in difficoltà può farsi tagliare i capelli e prendersi cura di sé gratuitamente. È esattamente il tipo di umanità che Jannacci metteva nelle canzoni: quella che non fa notizia, ma che rende una città più decente.

Un'arte che non invecchia

Il documentario di Verdelli non è una semplice celebrazione, ma un'opera necessaria per comprendere a fondo la grandezza di un artista che ha rivoluzionato il linguaggio della musica e dello spettacolo. Un uomo che col suo sorriso mezzo storto sapeva farti piangere mentre ridevi, e ridere mentre piangevi. Che cantava dei perdenti come se fossero re, e dei potenti come se fossero pagliacci, e spesso aveva ragione su entrambi.

Stasera, su Rai 5, quel tram riparte. Vale la pena salire.