Sono 528 le persone morte nel 2025 in incidenti in montagna, il 13% in più rispetto all’anno precedente. Un dato che pesa, che racconta una tendenza e che obbliga a interrogarsi su cosa stia cambiando davvero nel nostro rapporto con le terre alte. A fronte di oltre 13 mila interventi del Soccorso Alpino, mai così tanti, emerge un paradosso evidente, la montagna non è mai stata così frequentata, eppure mai così poco compresa.

Le cronache restituiscono un mosaico sempre più fitto, interventi per escursionisti dispersi, cadute su sentieri ritenuti facili, improvvisi cambi di meteo sottovalutati, persone bloccate senza equipaggiamento adeguato. E poi casi emblematici come quello recente al lago di Braies, diventato simbolo di un turismo fuori scala, dove anche chi interviene per soccorrere si trova esposto a condizioni di rischio amplificate dalla pressione umana. Scene che raccontano una montagna trasformata in palcoscenico, in cui l’esperienza viene spesso sostituita dalla sua rappresentazione.

Andrea Greci, direttore editoriale del Club Alpino Italiano e della Rivista del CAI, individua il punto con lucidità, «non serve essere alpinisti per finire in difficoltà, basta un sentiero sconosciuto, una nuvola che chiude il crinale, una scarpa sbagliata, o anche un’idea sbagliata, quella che la montagna sia solo un fondale da cartolina». È qui che si consuma lo scarto più profondo, quello tra una montagna vissuta e una montagna consumata. «Non è un parco giochi, è un paesaggio culturale, un ambiente che va attraversato con rispetto, non solo fotografato».

La riflessione di Greci si allarga a una dimensione educativa che il CAI porta avanti da oltre un secolo e mezzo, «lo zaino essenziale non è fatto solo di oggetti, ma di ciò che portiamo dentro, conoscenza, consapevolezza, curiosità». Tre parole che definiscono un approccio, quasi un metodo. Senza queste coordinate, anche la montagna più accessibile può trasformarsi in un terreno ostile. «Vediamo persone inseguire immagini viste online, attratte da un’estetica potente ma superficiale, prive di profondità, senza interrogarsi davvero su ciò che stanno facendo».

Il punto non è chiudere la montagna, né costruire barriere, ma accompagnare. Dopo la pandemia, il bisogno di natura è esploso, portando in quota una nuova platea, spesso priva di esperienza. «È un bene che più persone si avvicinino, la montagna resta uno spazio straordinario per ritrovare sé stessi, ma serve gradualità, umiltà, desiderio di capire». Un apprendimento che somiglia a quello di qualsiasi altra pratica complessa, teoria, esperienza, consapevolezza dei limiti. «Non si entra in pista a Monza il primo giorno, e in montagna dovrebbe valere lo stesso principio».

Ma la questione non riguarda solo i comportamenti individuali. Il contesto in cui ci muoviamo sta cambiando rapidamente, e spesso in modo invisibile. Piero Carlesi, presidente del Comitato Scientifico Centrale del CAI, richiama l’attenzione su un elemento strutturale, l’instabilità crescente dell’ambiente montano. «Le montagne sono sempre destinate al crollo, ma su scale temporali lunghissime, oggi assistiamo a un’accelerazione impressionante».

Il lavoro di monitoraggio condotto dal CAI insieme a università e centri di ricerca restituisce un quadro chiaro, microspostamenti delle rocce, scioglimento del permafrost, frane improvvise, cambiamenti che modificano la sicurezza dei percorsi anche più conosciuti. Non si tratta di eventi eccezionali, ma di una nuova normalità. «Il problema è che molti continuano a frequentare la montagna come se nulla fosse cambiato», osserva Carlesi.

A questo scenario si sovrappone la pressione dell’overtourism. Dopo il lockdown, la montagna è stata percepita come uno spazio di libertà totale, accessibile e immediato. Ma questa spinta si è tradotta spesso in concentrazione estrema su pochi luoghi iconici. «Ci sono state giornate in cui i sentieri sembravano passerelle», racconta Carlesi, «file continue, persone ferme per scattare foto, flussi ingestibili». Un fenomeno amplificato dai social, che trasformano alcune cime in mete obbligate, replicando all’infinito le stesse immagini.

Il risultato è una miscela critica, più presenze, meno esperienza media, un ambiente più fragile. E quindi più incidenti. Non solo sulle grandi vie alpinistiche, ma anche su itinerari apparentemente semplici, dove la sottovalutazione diventa il primo fattore di rischio. «Mi è capitato di incontrare ragazzi in infradito sui sentieri», aggiunge Carlesi, «se va bene si fermano, se va male mettono a rischio sé stessi e chi deve intervenire».

Dentro questo quadro, la sicurezza non può essere ridotta a una questione tecnica. È un fatto culturale, che riguarda il modo in cui immaginiamo la montagna prima ancora di salirci. «Cosa resta di un’esperienza costruita solo per una fotografia», si chiede Greci, «se non sappiamo nemmeno il nome della cima che abbiamo davanti». La risposta non è rinunciare, ma cambiare prospettiva, passare dallo stupore superficiale a una domanda più profonda, perché sono qui, cosa sto attraversando, come posso farlo nel modo giusto.

Anche la fatica, in questo senso, diventa parte della risposta. «La montagna insegna che la bellezza richiede tempo e impegno, preparazione e conoscenza dei propri limiti», osserva Greci, «non si arriva in cima in un minuto, e questo vale anche per la costruzione di una cultura». Un processo lento, che passa attraverso l’esperienza diretta, l’errore, l’apprendimento.

Il CAI insiste da anni su questa dimensione educativa, corsi, escursioni accompagnate, pubblicazioni, una presenza capillare su tutto il territorio nazionale. Oltre 500 sezioni, una rete che attraversa Alpi e Appennini, dalle grandi vette alle aree meno conosciute. È proprio qui che si apre una possibile via d’uscita, redistribuire i flussi, valorizzare territori meno battuti, riscoprire una montagna più silenziosa, più autentica. «Non esistono solo le Dolomiti o le località di moda», ricorda Carlesi, «ci sono valli straordinarie spesso vuote, ricche di storia e biodiversità». La sfida, allora, è duplice, ridurre il rischio e restituire senso. Per farlo serve un’alleanza più ampia, che coinvolga media, scuole, istituzioni, comunità locali. «La montagna fa bene», conclude Carlesi, «ma va vissuta con testa e cuore». Una frase semplice, che sintetizza una responsabilità condivisa.

Perché dietro i numeri, dietro le statistiche, ci sono storie, vite, errori evitabili. E una domanda che resta aperta, se siamo ancora capaci di abitare la montagna, o se ci limitiamo a consumarla.

La campagna “Sicuri in montagna”, le regole base

Il CAI consigli di controllare sempre i bollettini meteo, anche il giorno stesso dell’escursione, verificare la percorribilità dei sentieri tramite CAI, rifugi o APT locali, evitare canaloni e letti di torrente dopo piogge o temporali recenti, partire presto al mattino per ridurre l’esposizione a caldo e maltempo, portare attrezzatura adeguata come mappe, GPS, abbigliamento tecnico, bastoncini, non sopravvalutare le proprie capacità, perché molti incidenti nascono proprio dall’imprudenza