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giovedì 14 novembre 2019
 

SALVIAMO LO STATO SOCIALE

Salvare lo stato sociale significa contribuire a sostenere l’Italia con risorse da valorizzare,senza lasciare che naufraghino. Nel nostro Paese, purtroppo, negli ultimi anni, il welfare è stato eroso da progressivi quanto sanguinosi tagli. Chiediamo che il necessario rigore per risanare il Paese coinvolga tutti, nessuno escluso, gravando equamente sulle spalle di ciascuno, secondo i pesiche ciascuno può portare. A chi più ha, più deve venire chiesto. Nessuno dev’essere lasciato indietro. Abbattimento di insensati quanto onerosi privilegi, lotta all’evasione fiscale, contrasto ai fenomeni di corruzione, drastica riduzione delle spese militari: i soldi vanno presi là dove
ci sono. È intollerabile che non si possa finanziare il Fondo per la non autosufficienza e si continuino a riempire gli arsenali. È solo un esempio, tra tanti possibili. Non è soltanto una questione etica, di giustizia o di tenuta della coesione sociale. È un problema che va dritto al cuore del patto che fonda il nostro sistema. Democrazia, infatti, significa anche che ciascuno possa costruire autonomamente il proprio progetto di vita, partendo da opportunità che vanno garantite nel campo educativo. Un corretto sistema di protezione sociale aiuta i cittadini a realizzarsi consentendo di affrontare le difficoltà individuali (handicap,malattie, infortuni) e gli effetti dei cambiamenti sociali ed economici che possono incidere pesantemente sulla vita delle persone. Il modello sociale europeo è nato proprio dal riconoscimento che, abbandonando gli individui a sé stessi, perderemmo o non valorizzeremmo molte energie, creatività, aspirazioni: creare le condizioni per sviluppare queste risorse è diventato il compito di una responsabilità pubblica, collettiva, ancorata alla tutela dei diritti di cittadinanza. Questo chiediamo. Sappiamo di non essere soli a farlo.

don Vinicio Albanesi, don Luigi Ciotti, don Antonio Mazzi, don Armando Zappolini

 

 
I PROMOTORI
DELL'APPELLO


Don Vinicio Albanesi
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Don Luigi Ciotti
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Don Antonio Mazzi
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Don Armando Zappolini
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don Vinicio Albanesi (Comunità di Capodarco)

- Quali sono le voci del welfare a vostro avviso più mortificate, oggi?

"Oggi le persone più mortificate sono le persone fragili rimaste fuori del tutto o in parte dalle politiche di sostegno: primi fra tutti i poveri. In Italia l’Istat ha registrato recentemente 1 milione e 876 mila i minori che vivono in famiglie relativamente povere e 653 mila quelli che vivono in famiglie assolutamente povere. La realtà è più grave nel Mezzogiorno, dove la povertà relativa colpisce 1 milione e 266 mila minori, mentre la povertà assoluta tocca 359 mila minori (cfr. Famiglia cristiana web 9.11.2011). Altra categoria disperata sono gli anziani, spesso rimasti soli con pensioni insufficienti. Le mense Caritas, sempre più spesso, preparano pasti gratuiti a loro destinati..
Sono inoltre in grande difficoltà le persone colpite da importanti malattie prolungate: tra questi i non autosufficienti. Quasi tutto è scaricato sulle famiglie, se esistono o sono in grado di farlo. Un dramma per le famiglie monoreddito o con disoccupazione in atto: i suicidi ne sono l’orribile dimostrazione. Il diritto all’assistenza in Italia non è stato mai completamente garantito: chi non è entrato nel circuito di aiuti, non ha oggi speranza di entrarvi".

- A partire da quando la progressiva erosione (Governi Berlusconi e/o anche Governi Prodi)?

Nel 1997 viene istituito il Fondo per le politiche sociali. Fino al 2004 il Fondo viene incrementato, partendo da 380 milioni di euro fino a 1 miliardo e 700 mila del 2004. Dal 2008 iniziano i tagli: nel 2009 sono stanziati 1.355 milioni, che diventano 1.070 per il 2010, e solo 960 nel 2011. Uguale sorte tocca al Fondo per le non autosufficienze. Creato nel 2006, arriva a 400 milioni nel 2009; nel 2010 scompare.
Recentemente la Conferenza delle Regioni ha chiesto al governo Monti il ripristino per quest’anno di un miliardo e mezzo per il Fondo per le politiche sociali, che costituisce appena lo 0,50 di punto del PIL. Dietro i freddi numeri delle cifre, si nascondo drammi di persone che soffrono nei beni essenziali: la sicurezza, un minimo di benessere, un sollievo per il dolore di malattie o disabilità. Il tutto circondato da indifferenza e da solitudine. Vite che non hanno più senso di essere vissute perché il peso del dolore è senza speranza.

- Come i tagli si ripercuotono sulle vostre attività (maggiori richieste di intervento, minori risorse...)?

I tagli operati recentemente sui Servizi producono un duplice effetto. Le persone che hanno oggi bisogno di risposte non accederanno a nessun aiuto. Le amministrazioni locali risponderanno che non hanno risorse. Il secondo effetto è la chiusura o il ridimensionamento dei servizi attivati, a seconda di come la Regione competente si impegnerà a sostenerne i relativi costi.
Per le nostre comunità è una tragedia: non è più possibile reggere servizi, con il costo del personale in aumento e i finanziamenti in diminuzione. Molte strutture stanno chiudendo per debiti insostenibili. Si sta attivando recentemente una zona grigia, fomentata da presunte organizzazioni solidaristiche che invadono il mercato dei servizi a prezzi ribassati. Il risparmio si fa sulla scarsa qualità dei servizi e sul risparmio del personale: con l’immane disoccupazione, il costo del lavoro viene ridotto al minimo. Accettare o lasciare. E c’è sempre qualcuno che accetta, avvinto dalla disperazione che è meglio poco, che nulla.
La convivenza sociale è messa a dura prova da furti, violenze, imbarbarimento delle relazioni: la precarietà aggrava equilibri instabili.

- Si vadano a prendere i soldi là ove si nascondono o ci sono in abbondanza: evasione fiscale, corruzione, spese militari. Secondo voi si fa abbastanza? Cosa suggerite di più o di meglio?

Spesso ci viene chiesto che cosa occorrerebbe fare. Due grandi piaghe hanno inquinato la nostra vita sociale: i privilegi di alcuni a svantaggio di tutti; l’opacità, per non parlare di imbrogli (legali e illegali), per cumulare ricchezza.
Esistono categorie forti, intoccabili, avvinghiate in privilegi che nessuna protesta scardina. Basta fare i paragoni tra i differenti trattamenti riservati a un giovane medico, a un giovane ingegnere, a un giovane insegnante, a un giovane notaio, a un parlamentare o al trattamento riservato a un impiegato pubblico e quello corrispondente del settore privato. Prendono il via dallo stesso filo di partenza, ma a ciascuno sarà riservata una strada diversa, a seconda della categoria che è per lui segnata. Ciascuno piange miseria e ognuno ha in riserva enormi diritti da rivendicare, accentuando le discrepanze e privilegi.
La seconda piaga è l’arricchimento, senza pudore, navigando nella zona grigia dell’imbroglio legale e illegale. La differenza è solo esterna: come ben si sa, la legge è scritta dai forti per tutelare i propri interessi. La forbice tra ricchi e poveri si allarga anche nei momenti di crisi: l’esperienza della storia dice che i periodi di grama sono ottimi momenti per fare affari.
Le risorse sono diminuite, si dice. Il prezzo è pagato da chi, già prima della crisi, contribuiva con la propria quota, alla solidarietà. Chi stava male, oggi sta peggio. L’immagine dell’Italia non è unica, ma duplice. Una prima donna florida con la chioma fluente; una seconda, emaciata, con il capo rasato a zero. Altro che unità d’Italia. Non è difficile capire chi rappresenta le due Italie.

- La Chiesa svolge spesso opera di supplenza (Caritas, fondo lavoro, battaglia di monsignor Nosiglia contro le case sfitte a Torino, Libera per un uso sociale dei beni, Policoro, ecc.). Voi siete protagonisti in prima fila. Che ne pensate?

La Chiesa vive a diretto contatto con le tragedie. Attiva aiuti economici, di assistenza, contro l’usura, per il pagamento delle utenze, per la disoccupazione. Ma non può farcela. La disuguaglianza e la povertà sono strutturali e i costi delle risposte non sono a sua disposizione. E’ costretta a sopperire appena ai bisogni primari: cibo, qualche contributo, alloggi di fortuna.
Forse è giunto il momento di dire qualcosa di più degli inviti generici, fondati sui massimi principi. Non si tratta di gestire funzioni che spettano ad altri. Occorre più coraggio nel denunciare discrepanze insopportabili, offrendo suggerimenti che vadano a creare maggiore equità. Solo da lì si possono reperire risorse per superare la crisi.
A partire dalle comunità cristiane: la solidarietà – l’amore reciproco in linguaggio cristiano – non può fermarsi all’enunciato. Ha bisogno di “conversione economica”, nello stile suggerito dagli Atti degli Apostoli: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso … poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”.

don Luigi Ciotti (Gruppo Abele, Libera)

Quali sono le voci del welfare più mortificate oggi?

Tutto ciò che non è contemplato o non è più contenuto all'interno della spesa sanitaria. Il nostro Sistema Sanitario Nazionale, pur con le sue pecche e disfunzioni, è giudicato agli occhi del mondo, un buon sistema, perché e universalistico, ancora si prende cura delle fasce più deboli della popolazione, ed ha delle eccellenze riconosciute. Oggi, coi tagli lineari alla spesa pubblica la sanità è sotto attacco sul piano delle disponibilità delle risorse economiche. Inoltre, col precedente governo, si è tentato una trasformazione strisciante, cercando di reintrodurre i vecchi sistemi assicurativi, privilegiando le classi sociali più forti e tentando di creare un sistema sanitario nazionale a due diversi livelli di efficienza, con la giustificazione di voler ridurre ulteriormente la spesa pubblica.
Il vero punto dolente è l'assistenza sociale, sia là dove l’intervento assistenziale è indispensabile per il successo delle stesse prestazioni sanitarie, sia per quelle situazioni di marcata povertà e di progressiva emarginazione, in cui, l'attuale crisi economica, stringe molte singole persone ed intere famiglie Sono le figure più fragili e indifese a risentirne di più: gli anziani, spesso senza possibilità di ricovero in strutture protette e senza assistenza domiciliare; le persone colpite dalla disoccupazione e dallo sfratto, che si trovano improvvisamente senza reddito e senza casa; le donne sole con figli che si arrabattano con qualche lavoro domestico e, poiché i loro ricavi superano magari di poco i 430 euro mensili, non hanno diritto ad alcun contributo economico da parte dei servizi sociali...

A partire da quando la progressiva erosione? (Berlusconi? Prodi?)

L'onda lunga dell'erosione risale fino agli anni '80, quando è iniziata una nuova redistribuzione del reddito in Italia a favore dei più forti. Si calcola che da allora ad oggi dalle tasche dei lavoratori (stipendi e salari) ci sia stato un trasferimento di ricchezza ai profitti ed alle rendite, in particolare alle rendite speculative, del 20% dei loro guadagni. Oggi in Italia non ci sono solo disoccupati, precari, semi-occupati, esodati, ed “inattivi” (che né studiano né lavorano). Ci sono, e sempre di più, molti lavoratori poveri, che, con uno stipendio che spesso non raggiunge i 1000 euro al mese, non reggono per le quattro settimane e si indebitano. Nessun governo da allora ha impedito che in Italia si ricreasse un’altissima disuguaglianza sociale, per cui siamo oggi tra le ultime nazioni in Europa per il divario di ricchezza, che concentrato nel 20% delle famiglie italiane, a fronte di un processo di progressivo impoverimento che ha ormai coinvolto anche il ceto medio. Il governo Prodi aveva tra il 2006 e il 2008 ripristinato il Fondo sociale e quello per la non-autosufficienza, implementandolo per i brevi anni del loro mandato, in modo da riattivare, pur molto timidamente e progressivamente nel tempo, una qualche esigibilità dei diritti sociali delle persone. Il governo di Tremonti - Berlusconi-Sacconi ha azzerato tutto, non contemplando nemmeno una politica dei due tempi (prima la ripresa, poi il rafforzamento del welfare), ma sacrificando completamente il sociale a tutt’altre finalità e restringendo il dibattito sul welfare tra autoritari da una parte e caritatevoli dall'altra, tagliando completamente fuori la voce dei diritti.

Come i tagli si ripercuotono sulle vostre attività (più richieste di intervento, minori risorse)?

Rendono più difficili gli aiuti: i tagli ai Comuni stanno mettendo in ginocchio alcune delle cooperative di tipo B, costituite da soci "svantaggiati", che non ricevono più appalti dagli Enti locali che devono "tagliare" su tutto. Una in particolare, la "Piero e Gianni", che si era specializzata in parchi-giochi in legno per attrezzare i giardini ed il verde pubblico delle città, è ora drammaticamente in ginocchio. Molti progetti sono stati fatti fuori del tutto: l'aiuto alle ragazze che vengono prostituite in strada e vittime della tratta, l'intervento a favore dei carcerati, il lavoro con le fasce di giovani emarginati e gli immigrati: tutto viene di colpo azzerato, per cui diventa difficile e problematico dare continuità agli interventi. Una continuità dovuta, che, comunque ridimensionata, richiede alle organizzazioni del privato sociale ed al volontariato stesso molti sacrifici. Basti i pensare che persino le rette in comunità, da parte delle ASL, vengono saldate ormai a distanza di un anno, e ciò richiede chiedere anticipi alle banche e pagare cospicui interessi su ciò che in realtà è solo dovuto.

Si vadano a prendere i soldi dove si nascondono o sono in abbondanza: evasione fiscale, corruzione, spese militari,.. .si fa abbastanza? Cosa suggerite di più e di meglio?

La battaglia contro l’evasione fiscale e la corruzione pubblica si può vincere solo se si è politicamente compatti e gli organismi preposti vengono dotati dei giusti mezzi. Ciò riporterebbe l'Italia a risolvere la sua anomalia europea e forse tornare ad essere un paese "normale".
Sulle spese militari questo governo qualche segnale l'ha dato, ma ancora troppo debole.
E' necessario che venga posto come priorità dell'agenda politica il problema della giustizia sociale. La crisi non può diventare lo strumento, e la giustificazione, per creare nuove disuguaglianze ed allargare ulteriormente la forbice tra ricchi e poveri, tra chi ha sempre di più e chi non ce la fa ad andare avanti. Non è solo un problema di sacrosanta giustizia, ma anche di coesione sociale.
La crisi può essere trasformata in un’opportunità per ridurre le disuguaglianze, per riconoscerci in atti di autentica solidarietà sociale, per riscrivere un patto di coesione nazionale, per non lasciar soli persone, famiglie, ditte e imprenditori impotenti ed angosciati, stretti nella tenaglia della crisi.

La Chiesa svolge spesso un'opera di supplenza (Caritas, fondo lavoro, battaglia contro le case sfitte, Libera per l'uso sociale dei beni confiscati...). Voi siete protagonisti in prima fila, cosa ne pensate?

Non pensiamo che l'impegno sociale della chiesa e dei tanti volontari che l'aiutano debba svolgere un ruolo di “tampone” e tanto meno di supplenza. Quando si parla di sussidiarietà, nel linguaggio sociale si intende che tutti concorrono in un impegno di solidarietà reciproca, ma ciò non significa che viene meno il fondamentale ruolo dello Stato di garantire i diritti delle persone, e di tutelare i più deboli, come scritto in diversi articoli della nostra Costituzione. Così come non può venire meno la “responsabilità sociale” delle imprese, che oggi dovrebbe esercitarsi maggiormente nei confronti delle aziende in crisi, con l'obiettivo di aiutarle nelle secche economiche e di salvare creatività e occupazione.
Nel nostro piccolo diamo una mano e cerchiamo di fare la nostra parte; ma darsi da fare non deve impedire di portare avanti un impegno di corresponsabilizzazione culturale e politica, a cui tutte le organizzazioni del volontariato e del non-profit sono chiamate per evitare che prevalga l’indifferenza e con essa la sopraffazione dell’ingiustizia.

don Antonio Mazzi (Fondazione Exodus)

Nelle nostre attività avvertiamo un progressivo ridimensionamento del welfare a partire da rigidità al ribasso del sistema. Dovendo definire un tetto massimo annuale di giornate di assistenza per ogni comunità, il bilancio finisce per essere più importante dei bisogni della persona. Non è tutto. La  riduzione dei fondi a disposizione per progetti innovativi - sia pubblici sia privati -, l'esaurimento dei fondi specifici - ad esempio ex legge 45 -, la  distrazione di molte energie destinate alla popolazione bisognosa in favore di vincoli e regole, rendono più difficile e faticoso ogni intervento.
La situazione è appesantita dalla combinazione dei tagli con l'aumento della burocrazia. Una quantità sempre maggiore di energie deve essere dedicata ad un crescente numero di adempimenti formali, sempre più costosi. A volte utili a volte molto meno.

Le riduzioni di risorse penalizzano maggiormente l'aspetto preventivo degli interventi (rispetto all'emergenza), anche in campo educativo e ciò denota una totale assenza di visione prospettica: occuparsi della formazione dei genitori oppure di un sano divertimento per i ragazzi (oratori, centri giovani) non rientra nelle urgenze della crisi.
Il peso maggiore di questo dichiarato stato di crisi ricade sull'adolescenza nel suo complesso. Soprattutto sull'adolescenza normale e su tutto ciò che attorno le ruota; genitori, insegnanti, educatori, allenatori, ecc. Proprio in un momento di trasformazione epocale della società che al contrario richiederebbe grande attenzione (e pari investimenti) su una scuola adeguata, spazi e tempi commisurati alle nuove modalità di scambio, linguaggio, comunicazione, relazione, adulti formati, ecc. Tutti investimenti in educazione, giudicata purtroppo e a torto solo un lusso in tempi di guerra!

Tutto ciò a fronte dì una pericolosa evoluzione dei problemi e dello stato di sofferenza rilevato dai punti di raccolta delle domande di aiuto. Complessivamente è sensibilmente aumentato il numero delle richieste specifiche e generiche; per esempio nel solo Centro di Ascolto dì via Varesina a Milano in tutto l’anno 2011 si sono rivolte 987 persone mentre nei primi cento giorni dell’anno in corso siamo già a quota 887. Per oltre un terzo si riferiscono a adolescenti e giovani (15/25 anni). Ciò che più preoccupa però è il dato riferito alla tipologia del bisogno: accanto al persistere di problematiche legate all'abuso di sostanze (da non sottovalutare il ritorno dell'eroina e il dilagare di alcool e superalcolici) nell'ultimo anno sono pili che raddoppiati gli adolescenti che riferiscono una dipendenza non da sostanze (video game, internet, gioco azzardo) per i quali non esistono ancora risposte.
Sicuramente le istituzioni hanno un compito fondamentale, nella allocazione delle risorse, a partire da una revisione di parametri e metodo di un welfare “positivo” al posto di quello finora dominante di welfare ripartivo. Basterebbe un cacciabombardiere o una fregata in meno. Certamente la chiesa con tutte le sue espressioni non deve smettere e non deve scoraggiarsi rispetto al compito. Anzi...
Ma un compito molto importante spetta anche al mondo dell’informazione e della comunicazione: è ora che si accorga del suo ruolo costruttivo. Non sono più sufficienti (anzi a volte sono proprio fuori luogo) i toni della sfiducia, della catastrofe, della accusa. Non basta. E necessario il loro contributo per far intravedere il nuovo che già esiste.

don Armando Zappolini (presidente del Cnca,
Coodinamento nazionale delle comunità di accoglienza)

Quali sono le voci del welfare a vostro avviso più mortificate, oggi?

Prima parliamo delle persone. Le sofferenze maggiori vengono sopportate dalle fasce più deboli della popolazione, per le quali il taglio dei servizi sociali può avere conseguenze davvero gravi: strutture di accoglienza e servizi di strada che chiudono significano, infatti, risposte che vengono a mancare e gente che viene abbandonata a se stessa.
Per quanto riguarda i settori di welfare, l’ultimo Governo Berlusconi non ha fatto discriminazioni: ha tagliato tutti i fondi. Ha cominciato nel 2008, anno in cui è entrato in carica, riducendo – in corso di anno – di 115 milioni le risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali destinate a Regioni ed Enti locali. Tra il 2007 e il 2011 si è verificata una riduzione degli stanziamenti a favore dei fondi nazionali per le politiche sociali da 1.594 a 339 milioni di euro! Il fondo più importante, quello per le Politiche sociali, è passato da 1 miliardo a 218 milioni di euro. Il fondo Politiche per la famiglia da 220 milioni a 51. Azzerati il fondo per la non autosufficienza e quello per l’inclusione degli immigrati. Il fondo per le politiche giovanili è stato ridotto dai 130 milioni del 2007 a 13. Il fondo per le pari opportunità da 50 a 17 milioni. Anche il Fondo per l’Infanzia e l’Adolescenza ha perso qualcosa, passando da 44 a 39 milioni. Insomma, un tracollo. E non è mai stata varata una misura specifica di contrasto alla povertà.
Il governo di centrodestra ha sempre sostenuto che le politiche sociali fossero di competenza delle Regioni e degli Enti locali. Peccato che, tra i tanti proclami federalisti, si prosciugavano le risorse a essi destinate, e si eliminava del tutto l’Ici sulla prima casa, di cui beneficiavano proprio le Autonomie locali. Perciò le amministrazioni locali hanno faticato anche solo a mantenere i livelli di copertura offerti in precedenza, mentre la crisi cominciava a mordere sempre di più, colpendo anche strati di ceto medio ora impoverito.
La cosa più preoccupante è che, dietro i tagli, c’è stato un progetto di smantellamento del sistema di welfare e di protezione sociale fondato sui diritti delle persone, che si vorrebbero sostituire con una logica assistenziale e caritatevole che non riconosce la centralità dei diritti dei cittadinanza. La gente viene abbandonata a se stessa e affidata al buon cuore degli altri. Non a caso il Governo Berlusconi non ha mai voluto varare i livelli essenziali delle prestazioni, da garantire su tutto il territorio nazionale, che avrebbero reso davvero esigibili i diritti sociali.
Il Governo Monti non pare avere intenzione di cambiare questa situazione: una riforma, un rilancio, una riqualificazione delle politiche sociali non è in agenda. Soldi – ci è stato detto con chiarezza – non ce ne sono. Il reddito minimo di inserimento, citato qualche tempo fa dal ministro Fornero, pare un lontano ricordo. Sulla non autosufficienza si è aperto un tavolo, ma il sottosegretario Guerra ha invitato a non farsi troppe illusioni…
La rinuncia alle politiche di prossimità e di riduzione del danno provocherà, poi, conseguenze pesanti sul piano della sicurezza sociale e della vivibilità delle nostre città.

A partire da quando la progressiva erosione (Governi Berlusconi e/o anche Governi Prodi)?

La gravissima situazione in cui ci troviamo oggi è stata prodotta in larga parte dai due ultimi governi Berlusconi, non solo in termini di risorse (non) stanziate, ma anche per non aver voluto implementare una riforma importante: quella legge 328/2000 che avrebbe dovuto ridisegnare il sistema degli interventi sociali nel nostro paese.
All’ultimo Governo Prodi va imputata non un’erosione, ma un mancato avanzamento: non ha varato né i livelli essenziali delle prestazioni né il reddito minimo di inserimento, ritenuti troppo onerosi. È questo un nodo che riguarda tutte le forze politiche: intendere – anche da pare di tanti esponenti di centro sinistra – il welfare solo come spesa e non come un motore di sviluppo e un fattore cruciale del benessere collettivo e della qualità della vita. Si spende da anni per politiche repressive, sciupando molti soldi per interventi inefficaci (carceri, espulsioni, ordinanze securitarie…) invece di attivare politiche di inclusione e di integrazione.
La causa dell’erosione del welfare è perciò culturale e politica prima che economica. La crisi ha offerto un ottimo alibi per perseguire il progetto dell’aggressione a un sistema di protezione sociale e di diritti di cittadinanza che secondo molti, anche autorevoli, “non ci possiamo più permettere”.

Come i tagli si ripercuotono sulle vostre attività (maggiori richieste di intervento, minori risorse...)?

Le 600 case di accoglienza e i 2000 servizi educativi e di prossimità gestiti dalle organizzazioni che aderiscono al CNCA ci mettono in contatto diretto e quotidiano con persone in difficoltà e ragazzi in cerca della loro strada e di una nuova possibilità di vita. È faticoso resistere accanto a loro, spesso senza poter dare le risposte che attendono, in una solitudine che accomuna operatori e utenti, spinti ai margini, non riconosciuti nella loro dignità. I mancati pagamenti dovuti ad associazioni e cooperative da parte delle pubbliche amministrazioni provocano spesso, specialmente nel centro-sud, crisi di liquidità e ritardi pesanti nei pagamenti degli stipendi: un ulteriore tradimento da parte dello stato verso chi ha deciso di fare del lavoro sociale la scelta professionale della propria vita.

Si vadano a prendere i soldi là ove si nascondono o ci sono in abbondanza: evasione fiscale, corruzione, spese militari. Secondo voi si fa abbastanza? Cosa suggerite di più o di meglio?

Si è fatto e si continua a fare pochissimo. E questo non è più tollerabile nel momento in cui gli strati più deboli della popolazione sono sottoposti a pressioni gravissime da tasse, rincari di ogni genere, tagli al welfare, disoccupazione e precarietà. In primo luogo, bisogna fare una vera patrimoniale sulle grandi ricchezze: o preferiamo alzare l’iva e tagliare stipendi e pensioni? Anche la Confindustria e diversi esponenti del mondo economico si erano mostrati disponibili (anche se in modo molto prudente…). Non si capisce perché non si sia fatto questo passo.
L’evasione fiscale è una vergogna nazionale: solo la Grecia, in Europa occidentale, è al nostro livello e la cosa dovrebbe far pensare… e far paura. Abbiamo sentito parlare di mitici sistemi informatici, di serpico in azione contro gli evasori, ma non ci accontentiamo di un mucchio di contravvenzioni per scontrini non emessi e qualche evasore totale scoperto e rilanciato sui media…
Poi ci sono le spese militari, un pozzo senza fondo che nessuno riesce a contenere. La spesa simbolo da tagliare sono i cacciabombardieri F35: miliardi di euro in un aereo che non ci serve e su cui, peraltro, esistono anche tanti dubbi di efficacia tecnica.
La corruzione è una delle più gravi ipoteche che pesano sul paese: altro che articolo 18, è soprattutto per questo e per l’inefficienza e opacità della pubblica amministrazione che le aziende straniere non investono nel nostro paese.
Bisogna, poi, chiudere il capitolo “grandi opere inutili” (vedi il Ponte sullo Stretto, già costato troppo ai contribuenti italiani) e aprire quello delle “piccole opere fondamentali”: risistemazione del territorio, delle scuole, manutenzione ordinaria, risparmio energetico, piani per asili nido o centri aggregativi, luoghi verdi attrezzati... Si riattiverebbe un circuito economico diffuso, senza comitati di cittadini inferociti, invece di far guadagnare tanto pochi grandi soggetti.
Infine, è tempo che la politica si riprenda la sua credibilità anche dandosi una misura nei costi che la collettività deve sostenere per il suo esercizio.

La Chiesa svolge spesso opera di supplenza (Caritas, fondo lavoro, battaglia di monsignor Nosiglia contro le case sfitte a Torino, Libera per un uso sociale dei beni, Policoro, ecc.). Voi siete protagonisti in prima fila. Che ne pensate?

La presenza della Chiesa cattolica accanto alle persone che fanno fatica è messa ancora più in evidenza da questo smantellamento progressivo dello stato sociale in atto nel paese: dalle grandi città ai piccoli paesi di provincia i cristiani attivano risposte di accoglienza e di emergenza per fasce sempre più numerose di persone che non trovano più risposte al loro disagio e alla propria povertà: le mense della carità, i dormitori, i volontari di strada, i centri di distribuzione nascono dalla iniziativa delle Caritas diocesane e parrocchiali, di parrocchie o di gruppi cattolici.
Dal mondo di alcune associazioni viene sempre più forte anche l’attenzione a grandi temi: la legalità/lotta alle mafie, il diritto alla casa, la difesa dei beni comuni... Esperienze importanti fanno da riferimento per un risveglio culturale e per la difesa dei diritti delle persone. La loro azione evidenzia ancora una volta l’incapacità della politica attuale (e dei partiti che la rappresentano) di intercettare le grandi questioni del paese: mancano gli scenari di riferimento, i valori e il progetto di società, manca la rabbia e il sogno!
C’è da domandarsi perché questi dibattiti siano marginali nelle agende dei partiti, perché tante campagne per i diritti e per la legalità non li vedano promotori e convinti sostenitori. C’è una parte del paese che si coinvolge, cerca strade, evidenzia limiti e risorse, si arrabbia e sogna un futuro diverso, si misura ogni giorno con le difficoltà delle persone... e ci sono da un’altra parte i partiti, occupati nelle loro questioni interne, con un vocabolario che solo loro capiscono...
Abbiamo una grande preoccupazione per questa deriva. Noi crediamo nella centralità delle istituzioni, nel ruolo dei partiti e della politica e non vogliamo assolutamente prendere il loro posto nella responsabilità del bene comune.
Riconosciamo il ruolo importante della sussidiarietà e il diritto-dovere dei cittadini di affiancare lo stato – nelle sue diverse articolazioni – nel garantire i diritti, ma questo non può mai diventare sostituzione e deresponsabilizzazione.
In questo duplice impegno di azione e di denuncia sui aprono spazi di incontro e di collaborazione anche con associazioni e persone non credenti, quegli “uomini e donne di buona volontà” indicati dalla Gaudium et Spes del Vaticano II.
Ma in questo impegno non tutta la Chiesa è attiva. Per molti cristiani la propria appartenenza a essa si misura solo nella devozione e nella osservanza delle tradizioni e non si lega mai alla dimensione sociale.
Quella affermazione della Gaudium et Spes che parlava della chiesa “NEL” mondo contemporaneo si sta progressivamente trasformando nella chiesa “E” il mondo contemporaneo, segnando un distacco che le fa perdere la missione di “lievito” e di sale che dal di dentro dà sapore e fa crescere.
Il fatto che alcuni preti come noi o alcuni cristiani presenti sulla frontiera delle povertà sembrino molto diversi non dipende solo da loro, ma da una “normalità” che è rimasta troppo lontana dalla fatica della gente. Non dovrebbe essere cosi diverso il nostro modo di vivere il Vangelo da quello della maggior parte dei credenti. Questa differenza ci interroga tutti: chiede a noi di non fare fughe solitarie in avanti e di essere profezia per cammini comuni e chiede alle comunità cristiane di sentirsi più coinvolte nel desiderio di giustizia e di dignità degli uomini e delle donne di oggi.
Ma tutto questo che facciamo non può essere sufficiente. Non basta fare la carità, non basta aprire la chiese all’accoglienza, dare vestiti, cibo, beni materiali o conforto. L’amore per i poveri si deve manifestare per noi cristiani anche nella difesa della giustizia: non si può accettare l’idea che si dia per carità quello che ciascuno deve avere come diritto.
Diverse realtà del mondo cattolico non riescono forse a cogliere quanto sia pericoloso accettare questa visione caritatevole e assistenziale del welfare.
È altrettanto necessario poi che la Chiesa pronunci parole forti e chiare, che facciano da riferimento e diano criteri di giudizio: nella difesa dei diritti umani, nella lotta contro le mafie e il malaffare, nella denuncia di un sistema mondiale che permette la ricchezza di pochi sulla sofferenza di moltitudini, si aspettano a volte parole che non si sentono.
Ogni lunedì nella mia parrocchia si donano alle famiglie bisognose del territorio delle borse di generi alimentari raccolte la domenica in ogni messa: non si può pregare Dio in chiesa e non amarlo nei poveri. Il fatto che molti cristiani pensino che si possa fare, ci dice quanta strada dobbiamo ancora percorrere.