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mercoledì 24 aprile 2024
 
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«Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro». Le parole sferzanti di Francesco per la tragedia di Lampedusa

03 ottobre 2014 Il 3 ottobre di un anno fa, a Lampedusa davanti a Cala Croce il barcone su cui viaggiavano oltre 500 migranti provenienti dalla Libia affondò, provocando la morte di 376 di loro. L’8 luglio 2013 ci fu la visita di Papa Francesco, «Ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare» e un’omelia che colpì per durezza e franchezza. «Tanti di noi, mi includo anche io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. Quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito». E ancora «Chi è il responsabile di questi fratelli e sorelle? Nessuno, tutti noi rispondiamo così. Non io, io non c’entro. […] Oggi nessuno si sente responsabile di questo, abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna. […] La cultura del benessere che ci porta a pensare a noi stessi ci rende insensibili alle grida degli altri. […] In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro. […] Chi di noi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? […] Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del patire con. La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere».

 
 
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