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venerdì 04 aprile 2025
 
GAZA
 

Medio Oriente, quelle persone esibite come trofei nello scambio di prigionieri

26/01/2025  Lo scambio tra quattro soldatesse israeliane rapite e 200 detenuti palestinesi in Israele viene messo in scena come un teatro dell'assurdo dal quale si capisce che che i quasi 500 giorni di guerra e di macerie, di corpi civili dilaniati e di rabbia fomentata, non hanno affatto avvicinato i lembi di una pace possibile e duratura

L’ultimo sfregio è in quel sacchetto di carta: un kit ricordo, un souvenir da villaggio vacanze dopo 477 giorni di sequestro nelle mani del nemico. Quello che rimane negli occhi il giorno dopo la liberazione delle quattro soldatesse israeliane, scambiate con 200 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, per crimini veri, gravi (tra loro ci sono 121 terroristi, all'ergastolo per aver ucciso in diversi attentati decine di civili israeliani), diversamente dal primo scambio quando si trattava di detenuti e detenute «amministrativi».

I numeri si spiegano con gli accordi: uno scambio in ragione di a 1 a 30 se si tratta di civili israeliani, uno a 50 se si tratta di militari. I media del mondo definisco show il contesto della liberazione, in cui gli ostaggi sono esibiti come trofei, come prova di forza. Riconoscono nelle modalità pubbliche e sapientemente orchestrate, la regia di un sinistro teatro, nel quale Hamas vuole dimostrare comunque di avere vinto, lo fa - come sempre si fa in guerra - sul corpo di quattro soldatesse di vent’anni, che aveva mostrato ferite e rapite dai loro letti il 7 ottobre, e ora rende in una divisa militare non loro, a significare il loro status di membri dell’esercito (Israele impone una lunga leva obbligatoria a uomini e donne), costringendole a una passerella tra la folla, festante per la liberazione dei detenuti, tra militanti armati fino ai denti, sotto cartelli che recano in arabo scritte contro i «nazisti sionisti» e lanci di caramelle.

Sorridono le quattro giovani donne ed è impossibile distinguere in quel sorriso tra il sollievo di essere all’ultimo miglio e il timore di inimicarsi di nuovo il nemico nel percorrerlo prima di sciogliersi nell’abbraccio delle famiglie, probabilmente l’unica cosa davvero autentica di un contesto surreale. Non sappiamo ancora, né forse mai sapremo fino in fondo, che segni ci sono nei loro corpi e nelle loro menti: le ferite vere usciranno alla lunga, quello che si capisce è che i quasi 500 giorni di guerra e di macerie, di corpi civili dilaniati e di rabbia fomentata, non hanno affatto avvicinato i lembi di una pace possibile e duratura: Hamas non è schiantata - com’era nelle intenzioni del Governo israeliano e della sua reazione sproporzionata - e con questa esibizione degli ostaggi addirittura su un palco a Gaza City, fa di tutto per dimostrarlo.

 In una dichiarazione Hamas ha affermato che 70 dei 200 detenuti palestinesi che liberati da Israele saranno portati fuori da Gaza e dalla Cisgiordania. Israele prevede che i palestinesi condannati per l'omicidio di israeliani siano esiliati in via definitiva e non gli sarà consentito tornare in Cisgiordania o a Gaza. I giornalisti di France Presse hanno riferito della partenza di due autobus carichi di detenuti dalle prigioni di Ofer, nella Cisgiordania occupata, e di Ktziot, nel deserto del Negev. A rientrare nella Striscia sono stati 130 tra i palestinesi scarcerati, gli altri 70 sono stati rilasciati da Israele in Egitto in quanto, essendo stati condannati per aver ucciso cittadini israeliani, secondo i termini dell'accordo non potranno rientrare nei territori palestinesi.

Manca ancora all’appello la 29enne Arbel Yehud, civile, che sarebbe dovuto avvenire il 25, il suo mancato rilascio ha indotto Israele a dichiarare che Hamas ha violato la tregua e di conseguenza non ha consentito il ritorno degli sfollati verso il nord di Gaza attraverso il corridoio Netzarim.

Da una parte e dell’altra, assistendo a questo teatro dell'assurdo, vengono in mente i versi della Guerra che verrà di Bertolt Brecht: alla fine, tra esibizioni di forza degli uni e degli altri, tra vincitori e vinti, a perdere in guerra sono sempre le persone senza voce: gli ostaggi israeliani ancora nelle mani dei miliziani, le famiglie di civili palestinesi con case e corpi ridotti in macerie. Merce di scambio gli uni, scudi umani gli altri. Persone usate come cose.

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