È brutto. Brutto davvero. Le animazioni sembrano uscite da un videogioco di trent'anni fa, i personaggi si muovono in modo improbabile, le immagini sono sgranate, il doppiaggio è fatto in casa. Non esattamente il film che ci si aspetterebbe di trovare in cima al botteghino.

Sto parlando di Niu Lai, film d'animazione cinese di 86 minuti che ha per protagonista un vitellino appena nato e che, almeno a guardarlo, sembra arrivare da un'altra epoca dell'animazione. In Cina lo hanno già ribattezzato «il film più brutto dell'anno». Quando è arrivato nelle sale, il 5 agosto, l'esordio è passato quasi inosservato. Poi sui social hanno cominciato a circolare le prime immagini, le recensioni impietose e i video girati durante le proiezioni con gli spettatori che ridono davanti alle animazioni rudimentali e alle scene più improbabili.

IL “FILM PIÙ BRUTTO DELL'ANNO” DIVENTA UN CASO

Nel giro di pochi giorni Niu Lai è diventato un fenomeno virale e la curiosità si è trasferita dai social alle sale: in tanti hanno voluto «vederlo con i propri occhi», i cinema hanno moltiplicato le proiezioni e, in assenza di veri materiali promozionali, alcuni si sono persino arrangiati realizzando a mano le locandine. Quello che sembrava destinato a sparire rapidamente dalla programmazione si è così trasformato in un caso cinematografico, con incassi per decine di milioni di yuan. Un successo nato, insomma, dalla sua stessa bruttezza.

LA TRAMA

Ma fermarsi alle immagini diventate virali rischia di far perdere la parte forse più curiosa della storia. Perché Niu Lai non nasce come film demenziale, né come parodia costruita per far ridere. La storia che prova a raccontare è, al contrario, molto seria. Il protagonista è un vitellino appena nato, timido e molto protetto dalla madre, che si trova per la prima volta a fare i conti con un mondo pieno di pericoli e con le proprie paure. Il suo viaggio si svolge nella dimensione di un sogno e lo porta lontano dalla sicurezza in cui è cresciuto, attraverso incontri e prove che lo costringono poco alla volta a diventare più coraggioso e indipendente. Tra gli incontri più importanti c'è quello con Bao La, un giovane leopardo rimasto orfano, con il quale nasce un'amicizia.

La prova più dolorosa arriva durante la migrazione della mandria, quando la madre di Niu Lai muore per salvarlo dall'attacco di un branco di lupi. Senza di lei, il vitellino è costretto a proseguire il viaggio e ad affrontare un'altra minaccia: un misterioso mostro che sta distruggendo la foresta e che si rivela essere una ruspa. Alla fine, il protagonista si risveglia e scopre che quel viaggio era un sogno. Ma qualcosa è cambiato: il vitellino timoroso e dipendente dalla madre ha trovato il coraggio di affrontare ciò che lo aspetta e di partire alla ricerca del padre.

CHI HA CREATO “NIU LAI”

Niu Lai affronta quindi temi tutt'altro che banali: amicizia, paura, perdita, sacrificio, rapporto con i genitori, crescita e distruzione della natura. A sorprendere, però, non è soltanto ciò che racconta, ma anche come è stato realizzato. Nessuna grande casa di produzione né una squadra di animatori professionisti: dietro il film ci sono Xin Yumeng, 34 anni, designer d'interni senza una formazione cinematografica, e sua madre Sun Lifang. Per portarlo sul grande schermo hanno impiegato cinque anni.

Xin ha iniziato a lavorare al film nel 2021 e, non avendo esperienza nell'animazione, ha imparato man mano le tecniche necessarie per realizzarlo, servendosi anche di software nati per la modellazione architettonica. Ha curato praticamente da solo la regia e la realizzazione delle animazioni, mentre sua madre lo ha affiancato nella scrittura, nel doppiaggio e nella colonna sonora, prestando anche la voce ad alcuni personaggi. Una produzione familiare e artigianale nel senso più letterale del termine. Anche il vitellino protagonista nasce da un riferimento alla famiglia: Xin ha raccontato di aver scelto il bue pensando al segno zodiacale cinese del padre. Più difficile, invece, stabilire quanto sia costato realizzare il film. Sui media sono circolate cifre sorprendentemente basse, in alcuni casi nell'ordine di poche centinaia di euro, ma non esiste un dato ufficiale sul budget.

Di certo c'è il risultato: cinque anni di lavoro per 86 minuti di animazione che, una volta arrivati sul grande schermo, sono stati derisi proprio per la loro povertà tecnica. Un esito che potrebbe sembrare persino crudele, se la storia si fosse fermata alle risate. Invece, con il crescere della popolarità, è cambiato anche il modo in cui una parte del pubblico ha iniziato a guardare il film. Quella grafica rudimentale, all'inizio bersaglio di ironia, è stata riletta anche alla luce della storia dei suoi autori: sarà pure fatta male, ma dietro ogni immagine ci sono il lavoro e il tempo di due persone.

PERCHÉ È DIVENTATO UN SIMBOLO ANTI-AI

E nel dibattito è entrata una parola che fino a quel momento sembrava non avere nulla a che fare con la storia del vitellino: intelligenza artificiale. Il film è stato adottato come una sorta di simbolo “anti-AI”, contrapponendo le sue imperfezioni alle immagini sempre più levigate prodotte dagli strumenti generativi e rivendicando il valore del lavoro di Xin Yumeng e di sua madre. «Preferirei sinceramente sopportare 90 minuti di disastro creato da un essere umano piuttosto che un solo secondo di AI slop», ha scritto un utente su X in risposta a un post dedicato al film.

Questo non fa di Niu Lai un capolavoro dell'animazione e sarebbe eccessivo spiegare i milioni incassati come una rivolta contro l'intelligenza artificiale. Il fenomeno è nato dalla curiosità, dall'ironia, dai meme e dalla voglia di partecipare a qualcosa di cui tutti stavano parlando. C'è però una differenza tra questo e tanti altri brutti film destinati semplicemente a essere dimenticati. Di Niu Lai conosciamo la storia dei due autori: un uomo decide di cimentarsi in qualcosa che non sa fare, impara mentre lo fa, coinvolge sua madre e per cinque anni porta avanti il progetto fino a farlo arrivare al cinema.

“Il film più brutto dell'anno” non ci sta insegnando ad amare le cose fatte male. Ma ci mostra che l’importanza di ciò che creiamo non coincide necessariamente con la perfezione del risultato. E in un tempo in cui una macchina può ottenere in pochi secondi ciò che a una persona può richiedere anni di lavoro, anche il percorso che ha portato alla realizzazione di un'opera può contribuire al valore che le attribuiamo.