Ancora sotto arresto gli attivisti di Greenpeace
Le piattaforme
petrolifere in Russia non si toccano, neanche per una protesta
pacifica.
Trenta tra attivisti di Greenpeace e membri dell'equipaggio del rompighiaccio Arctic Sunrise (tra cui un italiano) si trovano in custodia cautelare in "centri di detenzione provvisoria" per essere interrogati, dopo essere stati fermati nei giorni scorsi dalle autorità russe. La settimana scorsa avevano protestato contro l'esplorazione petrolifera della compagnia statale russa Gazprom nell'Artico, tentando di salire sulla piattaforma Prirazlomnaya nel mare di Pechora.
Un terzo del gas che usiamo in Italia nelle nostre case viene proprio dal gigante russo. L’Italia è, grazie anche agli idrocarburi, il quinto Paese per la Russia quanto a scambi commerciali. Dal gasdotto Blu Stream, nato 10 anni fa, e gestito da Gazprom-Eni, alle società miste che estraggono gas e petrolio in Russia e producono energia elettrica; adesso si sta realizzando anche il gasdotto South Stream, nato da Gazprom-Eni e che vede ora la partecipazione di francesi e tedeschi.
Più di 50 organizzazioni non governative e 370 mila persone da tutto il mondo hanno firmato petizioni per richiedere la liberazione degli attivisti, sotto arresto da cinque giorni. Si era ventilata l’accusa di “pirateria” che però secondo il Codice Penale russo, non si applica né alle piattaforme petrolifere come la Prirazlomnaya né a proteste pacifiche. La conferma è arrivata oggi da Putin, intervenuto al forum sull'Artico a Salekhardche: «Gli attivisti che erano sul rompighiaccio Arctic Sunrise non sono “pirati” ma hanno violato la legge internazionale poiché hanno tentato di impadronirsi della piattaforma petrolifera artica russa».
«Quando i governi del mondo non rispondono agli avvertimenti della scienza sulle conseguenze del cambiamento climatico, nell’Artico e altrove, le proteste pacifiche sono cruciali. Non ci faremo intimidire da queste accuse e chiediamo l’immediato rilascio dei nostri attivisti», replica Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International.
Trenta tra attivisti di Greenpeace e membri dell'equipaggio del rompighiaccio Arctic Sunrise (tra cui un italiano) si trovano in custodia cautelare in "centri di detenzione provvisoria" per essere interrogati, dopo essere stati fermati nei giorni scorsi dalle autorità russe. La settimana scorsa avevano protestato contro l'esplorazione petrolifera della compagnia statale russa Gazprom nell'Artico, tentando di salire sulla piattaforma Prirazlomnaya nel mare di Pechora.
Un terzo del gas che usiamo in Italia nelle nostre case viene proprio dal gigante russo. L’Italia è, grazie anche agli idrocarburi, il quinto Paese per la Russia quanto a scambi commerciali. Dal gasdotto Blu Stream, nato 10 anni fa, e gestito da Gazprom-Eni, alle società miste che estraggono gas e petrolio in Russia e producono energia elettrica; adesso si sta realizzando anche il gasdotto South Stream, nato da Gazprom-Eni e che vede ora la partecipazione di francesi e tedeschi.
Più di 50 organizzazioni non governative e 370 mila persone da tutto il mondo hanno firmato petizioni per richiedere la liberazione degli attivisti, sotto arresto da cinque giorni. Si era ventilata l’accusa di “pirateria” che però secondo il Codice Penale russo, non si applica né alle piattaforme petrolifere come la Prirazlomnaya né a proteste pacifiche. La conferma è arrivata oggi da Putin, intervenuto al forum sull'Artico a Salekhardche: «Gli attivisti che erano sul rompighiaccio Arctic Sunrise non sono “pirati” ma hanno violato la legge internazionale poiché hanno tentato di impadronirsi della piattaforma petrolifera artica russa».
«Quando i governi del mondo non rispondono agli avvertimenti della scienza sulle conseguenze del cambiamento climatico, nell’Artico e altrove, le proteste pacifiche sono cruciali. Non ci faremo intimidire da queste accuse e chiediamo l’immediato rilascio dei nostri attivisti», replica Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International.
