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Un rapporto di Amnesty International e Afrewatch denuncia il lavoro minorile e lo sfruttamento dei bambini-artigiani per estrarre il cobalto nella Repubblica Democratica del Congo. Un minerale fondamentale per produrre gli smartphone e le batterie delle automobili di tutto il mondo.
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Un rapporto di Amnesty International e Afrewatch denuncia il lavoro minorile e lo sfruttamento dei bambini-artigiani per estrarre il cobalto nella Repubblica Democratica del Congo. Un minerale fondamentale per produrre gli smartphone e le batterie delle automobili di tutto il mondo.
I piccoli schiavi del cobalto. Ecco come lavorano per produrre i nostri cellulari
Secondo l’ultimo rapporto della Ericsson Mobility sull’utilizzo di apparecchi di telefonia mobile e tablet (www.ericsson.com/mobility-report) nel 2021 ci saranno nel mondo oltre sei milioni di smartphone con una crescita di oltre il 10% del numero degli apparecchi attualmente in circolazione. Telefoni sempre più evoluti che però dipendono per la loro produzione da un componente fondamentale: il cobalto.

Un minerale che continua ancora oggi a essere estratto principalmente nella Repubblica Democratica del Congo. Un processo che coinvolge migliaia di bambini-artigiani che lavorano nelle miniere, per pochi dollari al giorno, per le grandi aziende produttrici di smartphone.

Un lavoro senza dignità, senza diritti, che mina la salute e brucia qualsiasi prospettiva a migliaia di bambini e bambine.

Per la prima volta due organizzazioni umanitarie hanno elaborato un rapporto (www.amnesty.org/en/documents/afr62/3183/2016/en) che mette in evidenza le responsabilità delle aziende che sfruttano il lavoro minorile nel Paese africano.

Amnesty International e Afrewatch, un’organizzazione non governativa per i diritti umani con sede nella Repubblica democratica del Congo e che promuove uno sfruttamento giusto ed equo delle risorse naturali in Africa, hanno chiesto alle aziende di apparecchi elettronici e alle fabbriche automobilistiche di dimostrare che il cobalto estratto in RD Congo grazie al lavoro minorile non viene usato nei loro prodotti.

Il rapporto valuta la misura in cui le imprese che estraggono cobalto pongono attenzione ai diritti umani per capire quali sono le reali condizioni dei lavoratori e il processo di negoziazione economica del prodotto finale.

Il rapporto ricostruisce il percorso del cobalto estratto nel Paese: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smartphone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili.

Ai fini della stesura del rapporto, Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della RD Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l'evidenza di rifornirsi di cobalto dal Paese africano e sei hanno promesso indagini. Nessuna delle 16 aziende è stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il minerale.

Il fatto certo è che la Repubblica Democratica del Congo produce quasi la metà del cobalto a livello mondiale e che oltre il 40 per cento di quello trattato dalla Huayou Cobalt proviene da quello Stato.

Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici o batterie automobilistiche fanno lucrosissimi profitti, calcolabili in 125 miliardi di dollari l'anno, e non riescono a dire da dove si procurano le materie prime, nella Repubblica Democratica del Congo i bambini minatori – senza protezioni fondamentali come guanti e mascherine – perdono la vita: almeno 80, solo nel sud del Paese, tra settembre 2014 e dicembre 2015, e chissà quanto questo numero è inferiore a quello reale.

Secondo le stime del governo, il 20% del cobalto attualmente esportato dal RD Congo viene estratto nella parte meridionale del Paese dove lavorano quasi 150.000 minatori non inseriti nel circuito delle grandi aziende.

Questi minatori sono privi di qualsiasi diritto, utilizzano gli strumenti più semplici per scavare, in assenza di qualsiasi condizione di sicurezza, tunnel in profondità nel sottosuolo. È in questo processo che vengono utilizzati i bambini-artigiani che a sette anni si ritrovano a pulire rocce contenente cobalto, a lavorare prodotti di scarto delle grandi industrie di estrazione per presentare un prodotto che possa essere venduto sul mercato.

Secondo l'Unicef, nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere delle regioni meridionali del Paese. In prevalenza all’interno di queste miniere. I bambini intervistati hanno raccontato che per un paio di dollari al giorno lavorano per 10-12 ore in condizioni terribili e che persino i bambini che frequentano la scuola, durante le vacanze e nei week end, vengono a lavorare nelle miniere.

Come Paul, 14 anni, orfano. È uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International in vista del rapporto. Ha iniziato a lavorarvi a 12 anni. Ha già i polmoni a pezzi: «Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i cunicoli. La mia madre adottiva voleva mandarmi  scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere».

Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei "minerali dei conflitti" che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno.

Andrea Ferrari

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