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Cinque milioni e mezzo di minori stanno affrontando il gelo del Libano e della Giordania da profughi, mentre in Siria la guerra continua a infuriare. L'Unicef ha lanciato una gigantesca campagna per vaccinare 23 milioni di bambini.
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Cinque milioni e mezzo di minori stanno affrontando il gelo del Libano e della Giordania da profughi, mentre in Siria la guerra continua a infuriare. L'Unicef ha lanciato una gigantesca campagna per vaccinare 23 milioni di bambini.
Il lungo inverno dei bambini siriani
Taibe vive insieme ai suoi sei figli nel campo profughi di Nizip, nel Sud-est della Turchia, da quando è scappata dalla città siriana di Edlib. È una delle mamme che sta aspettando silenziosamente il proprio turno per vaccinare i bambini nell’ospedale allestito appena fuori il campo. Ha in braccio il figlio più piccolo, 11 mesi, che guarda senza capire il poster in arabo appeso all’ingresso per pubblicizzare l’iniziativa: «Noi lo abbiamo saputo al campo, grazie ai frequenti annunci degli speaker. Sono venuta perché a causa dello scoppio della guerra gli mancavano alcune vaccinazioni».

Al momento del suo turno, la puntura al piccolo avviene senza versare neanche una lacrima. Taibe ha beneficiato della più grande campagna di vaccinazioni in Medio Oriente lanciata dall’Unicef all’inizio di dicembre 3013, con l’obiettivo di immunizzare più di 23 milioni di bambini in Siria e nei Paesi vicini. La paura è un’epidemia di malattie virali. Nella seconda metà di novembre, infatti, 17 bambini sono rimasti paralizzati a causa della polio: prima di questi, in Siria non era stato registrato alcun caso dal 1999.

«Il conflitto – spiega Ala Alwan, direttore regionale Oms, che sta collaborando con l’Unicef – ha impedito di vaccinare tra 500 e 700 mila bambini. Per sradicare la polio, dobbiamo eliminare i problemi che compromettono il raggiungimento dei bambini. Chiediamo a tutte le parti coinvolte di cooperare e facilitare alcune tregue durante i prossimi mesi per portare a termine la campagna».

Nel frattempo, si sta abbattendo sui rifugiati anche il “Generale Inverno” che ha imbiancato la Turchia e il Medio Oriente. Vuol dire che nei campi non si riesce ad accendere il fuoco per preparare da mangiare: la legna non brucia, l’acqua e le tubature ghiacciano. «Quando si aggiungono il freddo e la pioggia – aggiunge Maria Calivis dell’Unicef – i bambini sotto i cinque anni sono particolarmente vulnerabili alle infezioni respiratorie acute che si diffondono facilmente in ambienti sovraffollati».

Così 5 milioni e mezzo di bambini siriani – 4,3 milioni sfollati all’interno della Siria, 1,2 nei paesi confinanti – stanno affrontando il duro inverno. Lo scorso anno, quando sono state registrate le temperature più fredde del decennio, 1.150.000 erano i bambini colpiti dalla crisi all’interno del paese e 232 mila oltre confine. Quindi, sono quintuplicati in un anno.

Per l’agenzia Onu per l’infanzia, la situazione è particolarmente difficile in Libano, dove più di 400 mila bambini hanno trovato rifugio su terreni a rischio esondazione. Le tende e le latrine potrebbero essere inondate dalla pioggia, aumentando l’esposizione a malattie trasmissibili dall’acqua. Qui, l’Unicef sta distribuendo 88.000 kit di abbigliamento invernale e lavora per rafforzare i sistemi di scarico e per installare caldaie per l’acqua calda. In Iraq e Turchia sta invece fornendo 370 tende invernali per le aule e gli “spazi a misura di bambino”, insieme al carburante per il riscaldamento. Già prima dell’arrivo del freddo il numero di bambini rifugiati che non andavano a scuola era più alto di quelli che la frequentavano. Nadia, scappata in Giordania, dice: «Le nostre vite sono distrutte. Non riceviamo alcuna istruzione, e senza istruzione non può esserci niente. Ci stiamo dirigendo verso la distruzione».

Secondo “Il futuro della Siria, bambini rifugiati in crisi”, pubblicato dall’Unhcr, il 29% dei minori come Nadia esce dalla propria casa una volta alla settimana o anche meno. Questa casa è spesso un appartamento sovraffollato, un alloggio di fortuna o una tenda. Il rapporto evidenzia come i 33 mesi di guerra, più di mille giorni, abbiano lasciato profonde cicatrici sui bambini.

Oltre alle lesioni fisiche, molti di loro stanno crescendo in famiglie separate: 70 mila famiglie vivono senza padre e oltre 3.700 minori sono divisi da entrambi i genitori. Scrivono i ricercatori Unhcr: «Rabbia e altre reazioni emotive sono molto comuni: durante discussioni di gruppo, diversi ragazzi hanno espresso il desiderio di rientrare in Siria per combattere».

Un’ulteriore, allarmante, conseguenza della crisi è l’elevato numero di bambini nati in esilio e senza certificati di nascita: secondo l’Agenzia, sono il 77% dei nati nei campi del Libano. Con la disperazione dovuta alla guerra, si diffonde poi anche il lavoro minorile: sia in Giordania che in Libano i ricercatori hanno trovato bambini di 7 anni che lavorano per ore in cambio di un magro salario, talvolta anche in condizioni di pericolo o di sfruttamento. Nel campo rifugiati di Zaatari, in Giordania, la maggior parte dei 680 negozi e attività impiega bambini. I risultati di un accertamento effettuato in 11 dei 12 governatorati della Giordania mostrano che quasi una famiglia di rifugiati su due fa affidamento – in parte o interamente – sul reddito prodotto da un minore.

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