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Home page>Foto e video>Foto>“InGalera”, il ristorant...

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A Bollate, alle porte di Milano, da fine ottobre è stato inaugurato il primo e unico ristorante realizzato in un carcere (in Galles, a Cardiff, c’è The Clink), aperto al pubblico, in cui lavorano nove detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti.
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A Bollate, alle porte di Milano, da fine ottobre è stato inaugurato il primo e unico ristorante realizzato in un carcere (in Galles, a Cardiff, c’è The Clink), aperto al pubblico, in cui lavorano nove detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti.
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A Bollate, alle porte di Milano, da fine ottobre è stato inaugurato il primo e unico ristorante realizzato in un carcere (in Galles, a Cardiff, c’è The Clink), aperto al pubblico, in cui lavorano nove detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti.
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A Bollate, alle porte di Milano, da fine ottobre è stato inaugurato il primo e unico ristorante realizzato in un carcere (in Galles, a Cardiff, c’è The Clink), aperto al pubblico, in cui lavorano nove detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti.
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A Bollate, alle porte di Milano, da fine ottobre è stato inaugurato il primo e unico ristorante realizzato in un carcere (in Galles, a Cardiff, c’è The Clink), aperto al pubblico, in cui lavorano nove detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti.
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A Bollate, alle porte di Milano, da fine ottobre è stato inaugurato il primo e unico ristorante realizzato in un carcere (in Galles, a Cardiff, c’è The Clink), aperto al pubblico, in cui lavorano nove detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti.
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A Bollate, alle porte di Milano, da fine ottobre è stato inaugurato il primo e unico ristorante realizzato in un carcere (in Galles, a Cardiff, c’è The Clink), aperto al pubblico, in cui lavorano nove detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti.
“InGalera”, il ristorante della prigione più stellata d’Italia
Stasera andiamo a cena “InGalera”. Sì, nel ristorante della prigione più stellata d’Italia, quella di Bollate. Qui, alle porte di Milano e vicino agli ex padiglioni di Expo, da fine ottobre è stato inaugurato il primo e unico ristorante realizzato in un carcere (in Galles, a Cardiff, c’è The Clink), aperto al pubblico, in cui lavorano nove detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti. Imparano ricette di alta cucina: pappardelle di castagne con ragù di cervo, scaloppa di branzino in crosta verde, rollé di salmone marinato all'aneto.

Aiutocuochi, lavapiatti e camerieri sono detenuti che hanno scontato un terzo della condanna, quindi hanno diritto all’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, cioè a uscire dal carcere per lavorare. Fondamentale è l’alleanza con la sezione che l’Istituto Alberghiero Paolo Frisi di Milano ha aperto nel carcere (a giugno ci saranno le prime maturità).

I lavoratori di InGalera hanno fine pena lunghi, oltre il 2020, quindi reati gravi, ma questa scelta è il modo per investire su una formazione di qualità che garantisca un lavoro al termine del tempo delle sbarre. Insomma, uomini che hanno sbagliato, e molto, ma che si stanno conquistando una seconda possibilità.

I 52 coperti sono proprio dentro il carcere: si entra dalla guardiola, ma non si lascia il documento, basta aver prenotato (chiuso la domenica sera). A pranzo la formula proposta è il “quick lunch” (12 euro il piatto unico), mentre il costo della cena alla carta varia dai 30 ai 40 euro, con vini di qualità delle differenti regioni. Tavolo d’angolo con vista cortile, sbarre alle finestre, ogni dettaglio è curato: tovaglie di lino e posate di alta qualità la sera, simpatiche tovagliette di carta a mezzogiorno con le foto delle prigioni d’Italia e del mondo (San Vittore, Regina Coeli, Dorchester). Non manca l’ironia: i muri sono decorati con le locandine di film ambientati in carcere, da “Fuga da Alcatraz” a “Il miglio verde”, mentre il menù propone le vongole fujute (scappate) o le pennette al 41 bis.

Un ristorante così non si improvvisa. È l’evoluzione, grazie al supporto di PwC (network di servizi di revisione e consulenza legale e fiscale), dell’esperienza che la cooperativa “Abc-la sapienza in tavola” ha avviato a Bollate nel 2004: servizi catering per dare lavoro ai carcerati. La sfida è stata proporre un’offerta di alta qualità, in grado di competere nel mercato del settore, non soltanto nel mondo del sociale. Per questo Abc garantisce ai clienti posate d’argento, porcellane di pregio e camerieri in livrea con bottoni d’oro e guanti bianchi.

Silvia Polleri, sessantacinquenne che ha appena ricevuto l’Ambrogino d’oro, racconta come ha deciso di fondare la cooperativa: «Per anni avevo gestito un catering per la Milano bene, coccolavo la buona borghesia e mi occupavo di bon ton. Quando ho terminato quest’attività, mia cugina, educatrice a Bollate, mi ha fatto una proposta un po’ "osé": impiegare nei servizi i carcerati».

Da allora Abc ha dato lavoro a 350 persone e rifornito clienti ordinari e vip, compresi buffet al Palazzo di Giustizia. In occasione dell’apertura di InGalera, al bando per i primi due posti, i candidati sono stati oltre 90: «Succede ogni volta che dobbiamo assumere», puntualizza Silvia, «e il dato dimostra la fame di lavoro che c’è dietro le sbarre».

L’impiego dei detenuti fa risparmiare la stessa collettività: «Ovviamente», spiega la presidente di Abc, «paghiamo i contributi, mentre la direzione trattiene una parte dello stipendio, poco più di 100 euro mensili, come “quota di mantenimento carcere”». Soprattutto, una formazione professionale e occupazioni di lavoro serie sono un vero investimento per combattere la recidiva. Il carcere italiano, infatti, applica male la funzione assegnatagli dall’articolo 27 della Costituzione, la «rieducazione del condannato»: produce il 68,5% di recidivi, cioè i detenuti che, usciti dal carcere, commettono nuovamente reati, mentre a Bollate, grazie a progetti come InGalera e il catering di Abc, la percentuale scende al 17%.

Lo ha detto anche l’assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Marco Granelli, inaugurando il ristorante: «Se una persona che ha sbagliato esce dopo la pena con una professionalità e una vita possibile davanti, cambiato dentro, lui ci guadagna, ma la città avrà un cittadino in più e un delinquente in meno. Questo è un contributo alla sicurezza vera della nostra città e alla dignità umana».

Stefano Pasta

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