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Sant'Egidio, la festa di famiglia per chi non ha famiglia
«Cerchiamo di vivere il Natale in maniera coerente col Vangelo, accogliendo Gesù al centro della nostra vita», è stato uno dei tweet che Papa Francesco ha diffuso un questi giorni.

Il 25 dicembre, la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato la festa di famiglia per chi non ha famiglia, il pranzo di Natale per tutti quelli che sono soli, o troppo poveri. In tutto il mondo, le famiglie si riuniscono, comprano regali da scambiarsi sotto l’albero, apparecchiano la tavola per la festa: per chi non ha nessuno, questa festa, più di tutte le altre, diviene un giorno veramente triste.

Per questo, in 73 paesi d’Europa, Africa, Asia e America Latina, oltre 160 mila persone hanno pranzato su tavolate rosse e gioiose: sono gli anziani soli, chi è rimasto senza casa o senza lavoro, i bambini di strada, chi è in prigione, chi è discriminato per la malattia o la povertà, anche non cristiani.

In Italia, il menù prevede antipasto, lasagne, polpettone e verdure, frutta fresca, panettone e spumante, caffè e cioccolatini. I regali distribuiti da Babbo Natale e una tombola per concludere la festa.

In uno dei pranzi di Milano, dove il “Buon Natale” è stato augurato in oltre 30 lingue, arriva Anna, 86 anni, che ha portato «gli occhiali buoni» per leggere bene i numeri della tombola e abbraccia gli amici che l’accolgono all’ingresso: «Te vist? Sun chi anca mò!» («Hai visto? Sono ancora qui!», in milanese). Anna arriva sorretta da Ionut e Georgel, due ragazzini rom suoi vicini di casa. Da quando la loro famiglia è stata aiutata da Sant’Egidio a passare da una baracca alla casa, sono diventati amici di questa anziana che ora chiamano nonna e che, ormai da tre anni, non vogliono lasciare sola il giorno di Natale.

Vicino ad Anna, ci sono altri rom che vivono ancora in baraccopoli e che, quella stessa mattina, sono magari andati a elemosinare ma ora sono seduti ad una tavola elegante, serviti da tanti volontari. Liliana, abituata a essere disprezzata, è stupita di ricevere un regalo pensato proprio per lei e si appende al collo di Babbo Natale.

Al pranzo ciascuno ha un nome: per Sant’Egidio, «i poveri», spiega il fondatore Andrea Riccardi «non sono casi sociali o “assistiti”, ma vengono considerati come amici e parenti. Il servizio ai poveri è vissuto prima di tutto come amicizia, anzi con uno spirito familiare. Il povero è uno in più della tua famiglia. E perché far mancare compagnia e sostegno a un caro amico o a un parente? E chi lo lascerebbe solo proprio il giorno di Natale?».

Il pranzo di Sant’Egidio compie quest’anno 31 anni, da quando, nel 1982, un piccolo gruppo di 20 invitati, anziani e senza fissa dimora conosciuti nelle strade di Roma, fu accolto attorno alla tavola nella Basilica di Santa Maria in Trastevere. Tra di loro c’era Rita, che viveva in uno dei “bassi”, i vecchi magazzini tra i vicoli, locali umidi e senza servizi igienici. Inizialmente aveva rifiutato l’invito della Comunità perché contava di andare a casa del figlio.

«Poco prima del pranzo», racconta Francesca, «passammo a casa sua per farle gli auguri. Stava dietro la porta che piangeva, vestita di tutto punto, con la borsetta sotto braccio, pronta per uscire. Nessuno era andato a prenderla. La portammo al pranzo in chiesa. Non posso dimenticare quando alla fine mi disse: “È stato il più bel giorno della mia vita. Cosa sarebbe stato se non avessi avuto un angelo che si è ricordato di me? Non mi sentivo un angelo, ma ero felice anch'io”».

Da quel primo pranzo la tavola si è allargata di anno in anno e da Trastevere ha raggiunto tutto il mondo, dovunque la Comunità è presente. Dagli ospiti del Cara di Mineo appena sbarcati a Lampedusa alle carceri africane, dai bambini di strada latinoamericani ai malati di aids in Africa e ai lebbrosi in Indonesia, dalle vittime del tifone Hayan nelle Filippine ai cristiani che rischiano la vita per la loro fede in Pakistan.

Quella del pranzo per i poveri in Chiesa è un tradizione antica: lo si faceva spesso a Roma nel primo millennio, ma già Paolino da Nola, un vescovo santo vissuto fra il IV e il V secolo, ne racconta uno offerto nella madre di tutte le chiese, la basilica di San Pietro in Vaticano. San Francesco diceva del Natale che era la «festa delle feste», cioè che doveva abbracciare tutti, nessuno escluso. Tommaso da Celano racconta che «Francesco voleva che in questo giorno i mendicanti fossero saziati dai ricchi e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito».

Negli anni del Concilio Vaticano II, è invece un vescovo molto attento ai poveri e alla Chiesa tra i poveri, mons. Helder Camara, a sognare quello che sarà poi realizzato da Sant’Egidio. Questi scrive nel 1965 che ha lanciato un’idea: quella di una celebrazione eucaristica a Santa Maria in Trastevere: «Sarebbero invitati i poveri dei dintorni. Ad esempio Giulio, di 42 anni, paralizzato dall’età di 18 mesi… Riempiremmo la chiesa di Sottoproletari, di Miserabili, del Cristo che a Roma si chiama Giulio, Peppino o Giuseppe» (Roma, due del mattino, Lettere dal Concilio).

Ma la prima descrizione del pranzo di Natale con i poveri la si trova in realtà nel Vangelo di Luca: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (Lc 14,12-14).

Commentando queste parole, Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium afferma: «Non debbono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre “i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo”, e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente a essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli».

Vangelo e poveri sono intimamente uniti per il Papa, che aggiunge: «Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro la “prima misericordia”. Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani chiamati ad avere gli stessi sentimenti di Gesù. Ispirata da essa la Chiesa ha fatto un’opzione per i poveri intesa come una forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa. Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG 198).

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