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Home page>Foto e video>Foto>Srebrenica, vent'anni fa...

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In queste immagini la "marcia della pace" per ricordare i 20 anni dal massacro di ottomila musulmani, a Srebrenica, in Bosnia, e gli anatomopatologi al lavoro per dare un nome e una degna sepoltura alle vittime del genocidio ancora nelle fosse comuni. Gli scavi di nuove 136 tombe, accanto alle 6.241 già esistenti, l'11 luglio accoglieranno i resti di 136 persone, di cui 18 minorenni, vittime, identificate nel corso di quest'anno, del più grave eccidio di civili in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale.
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Srebrenica, vent'anni fa il genocidio

Degli 8.372 dispersi, scomparsi in soli cinque giorni nel luglio 1995, sono stati finora esumati, da un'ottantina di fosse comuni, i resti di 7.057 musulmani di Srebrenica, trucidati dalle truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic, attualmente sotto processo al Tribunale penale internazionale dell'Aja (Tpi) con l'accusa di genocidio e crimini di guerra e contro l'umanità. La maggior parte delle fosse comuni di Srebrenica sono cosiddette fosse "secondarie", nel senso che in esse i morti, alla fine della guerra (1992-95), furono trasferiti dai militari e poliziotti serbo-bosniaci nel tentativo di occultare le prove dell'enorme crimine: è a causa dei trasferimenti, spesso per mezzo di bulldozer, che la maggior parte degli scheletri sono incompleti o ricomposti con le ossa ritrovate in più fosse comuni.

Nonostante la strage di Srebrenica sia stata qualificata come "genocidio" dalla giustizia internazionale, soltanto ieri, mercoledì 8 luglio, l'ambasciatore russo al Palazzo di Vetro, Vitaly Churkin, ha posto il veto a nome della Russia nel definire "genocidio" il massacro, motivato il voto negativo perché  il testo è «non costruttivo, sbilanciato e con motivazioni politiche». Durissima la replica dell'ambasciatrice americana all'Onu, Samantha Power, secondo cui il voto di Mosca equivale a negare il genocidio di migliaia di musulmani bosniaci da parte delle truppe serbo-bosniache. Power, che ha iniziato la sua carriera durante la guerra in Jugoslavia come giornalista prima di intraprendere la strada della diplomazia, ha affermato che «il veto russo ha un forte significato, ed è straziante per le famiglie delle vittime».

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